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Interventi dell’Incontro dei Delegati e-Learning e LifeLongLearning

Roma, Fondazione CRUI – Sala degli Affreschi
27 Aprile 2009

Cristiana Alfonsi – Fondazione CRUI

Indegnamente rappresento la Fondazione CRUI. Sono contenta di ospitare un intervento sull’e-Learning: si tratta di un ritorno graditissimo perché era da molto che in Conferenza dei Rettori non si affrontava questo tema. Mi spiace non potervi ascoltare per tutta la durata dei lavori. Posso solo dire, e so che approfondirete questo argomento, che la Conferenza dei Rettori ha recentemente riattivato la commissione sulla didattica, al cui interno si è costituito un sottogruppo sui temi dell’e-Learning. Auspico quindi qualche forma di collegamento tra i due gruppi; molti di voi saranno impegnati su ambedue i fronti e questo faciliterà la questione. Non dico altro e lascio subito la parola al vostro Presidente.

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Aurelio Simone – Presidente SIe-L

Direttore Scuola IaD – Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Ringrazio Cristiana e ringrazio la Fondazione CRUI e il suo Presidente, prof. Patrizio Bianchi, Rettore dell’Università di Ferrara, che ha accolto la richiesta della SIe-L di essere ospitata in questa splendida Sala degli Affreschi. Un ambiente prestigioso e carico di storia aiuta la nascita di buone idee. E ringrazio ancor più tutti i presenti: 33 delegati e/o direttori di Centri delle Università che compongono la CRUI; ringrazio il Consorzio BAICR, l’ISFOL,, ecc. Un buon risultato, credo. Perciò, annuncio subito che è scelta dei tre relatori e mia personale ascoltare il massimo possibile di interventi, di proposte.

Come nasce questo incontro?

Alcuni dei presenti ricorderanno che il 6 luglio 2007, dopo la mia elezione a Presidente della SIe-L, promisi che avrei fatto di tutto affinché la SIe-L entrasse quanto più possibile all’interno delle Università, della Pubblica Amministrazione, in specie Scuola e Sanità, e stabilisse un rapporto con il mondo delle Imprese. Appena è stato possibile, vale a dire intorno a febbraio-marzo 2008, ho avviato questo processo di promozione della Sie-L. Ho scelto le Università come primo terreno per misurare le capacità di espansione dell’associazione, che intanto guarda alla PA, alla Scuola e alle imprese.

Ci stiamo preparando per questi incontri.

La SIe-L ha modificato il proprio Statuto: è un’Associazione scientifico-interdisciplinare e scientifico-professionale, che intende favorire la ricerca nell’area costituita da e-Learning, e-Teaching, Knowledge Management e Information and Communication Technology e che  ne promuove la sperimentazione didattica in specie nelle università e nelle scuole, poiché valuta che ciò sia stategico per l’educazione e l’istruzione del cittadino e per la formazione e l’aggiornamento delle professioni.

Ciò rafforza la nostra scelta di valorizzare i nuovi profili professionali che emergono dall’evoluzione del rapporto docente/discenti tramite l’e-learning e l’e-teaching. In particolare, per i più giovani. Altre modifiche riguardano le modalità di adesione resa autonoma e non vincolata, la tipologia dei soci, tra i quali c’è ora quella del socio sostenitore che guarda ad imprese e società. In breve guardiamo ad una apertura della SIe-L ritenendo che l’incontro tra formazione e nuove tecnologie non sia precipuo solo di realtà istituzionali quali la scuola e l’università. Le nuove tecnologie applicate all’apprendimento e all’insegnamento sono pervasive e non hanno barriere ideologiche a meno che non le introduca la politica – come in Italia -  che distingue e tratta in modo diverso proprio a proposito dell’e-Learning le università pubbliche e le università non statali.

Perchè questo incontro?

In quest’anno, gli associati collettivi della Sie-L, ossia i centri universitari per l’e-learning e affini, sono passati da 5 a 10; anzi, attualmente sono 11, contando un associato colletttivo che però non è universitario.

Si poteva stare contenti e tranquilli tanto più che il servizio “CINECA – cerca Università” registra e censisce in totale 11 centri nelle Università pubbliche, dei quali alcuni sono intestati direttamente all’e-Learning ed altri alle Tecnologie Didattiche.

Però, la memoria mi diceva che le attività didattiche on line o comunque di Distance Education sono di gran lunga in numero superiore ai centri registrati. Ricordavo inoltre che proprio la CRUI riusciva periodicamente a fare incontrare 30-40 rappresentanti delle Università aderenti alla Conferenza dei Rettori. Penso ad esempio all’incontro di presentazione dell’indagine sulle esperienze e-Learning e Virtual University in Italia, Finlandia e Francia e all’impegno del Rettore di Udine, prof. Furio Honsell.  E di certo sono stati pure importanti gli esiti dell’indagine sull’Hi-Tech di ASSINFORM, dei rapporti ANEE sui quali non potremo più contare e, con un po’ di orgoglio snche l’indagine, l’Osservatorio, della SIe-L grazie al sostegno del nostro presidente Alberto Colorni e con l’aiuto strategico di Valerio Eletti.

Ed allora perché riprendere l’esperienza dei delegati e dei direttori dei centri e.Learning ?

L’intento è quello di andare oltre il censito dal CINECA, di provare a far emergere il di più per qualità e quantita presente nella ricerca e nella didattica delle Università pubbliche. Così, ad esempio, sorprende che anche il prezioso e pregevolissimo impegno del Consorzio AlmaLaurea non registri i laureati on line a partire dai pionieri del Polticnico di Milano e proseguendo con quelli della Scuola IaD dell’Università Roma Tor Vergata e di altre sedi.

Abbiamo scelto di mandare una lettera-invito ai Rettori delle Università presenti nella CRUI pregandoli di segnalarci il loro delegato e/o direttore.  Cinquanta Magnifici hanno risposto con forte cordialità; tra loro, quaranta hanno segnalato dei nomi e due hanno scritto un po’ di più e mi hanno suscitato un’impressione. Ve la trasmetto così come l’ho percepita, forse sbagliando: ci sono tanti problemi urgenti e drammatici per l’Università italiana che ancora non abbiamo pensato ai delegati per l’e-Learning.

Invero a me sembra che sin qui siano stati la politica e i suoi Governi ad ignorare, a lasciar fuori della sala da ballo la danza tra didattica e tecnologie creando una separazione per così dire “ideologica” tra corsi con svolgimento in modalità teledidattica omologhi di quelli in modalità tradizionale, in presenza, e corsi solo a distanza del Decreto Moratti-Stanca del 16 aprile 2003. Il paradosso è noto: a fronte del medesimo percorso che rilascia il medesimo titolo avente il medesimo valore legale, nel primo caso sono necessari 12 docenti, mentre ne bastano 4 nel caso dei corsi a distanza del Moratti-Stanca.  E sul sito del MIUR c’è addirittura un’università con 12 corsi di laurea e nessun docente!

Di qui la scelta della SIe-L di avere come riferimento le Università presenti nella CRUI, nelle quali – bisogna riconoscerlo – le nuove tecnologie stentano ad entrare con riguardo alla didattica ed agli studenti e ai servizi e suppporti anche di natura amministrativa. Stentano ad esempio rispetto all’insieme degli studenti – disabili, fuori corso,  ecc. – anche perché poche sono le sedi che distinguono tra studente full time e studente part time. Come pure occorre aver ben presente la resistenza della maggioranza dei docenti, che vedono una crescita dei loro oneri didattici e scientifici. La didattica on line richiede due impegni di ricerca: sulla propria disciplina e sulle metodologie e tecnologie di cui può avvalersi la disciplina insegnata. Parimenti non c’è chiarezza sulla proprietà intellettuale e relativa cessione dei diritti patrimoniali d’autore rispetto ai materiali didattici prodotti.

Vien voglia di dire che le Università non si siano accorte che i nostri studenti sono già in larga parte  i cosiddetti nativi digitali, di cui parlava già nel 2001 Mark Prensky, ossia sono abituati ad utilizzare più media anche in contemporanea. In realtà nuovi media, ICT, e-Learning e la stessa Distance Education stanno entrando nelle Università in assenza di qualsivoglia orientamento politico e sostegno finanziario. Lo stesso e-Learning è entrato più spesso a seguito di progetti di ricerca legati alle nuove tecnologie. In sostanza, dall’interesse e dalla passione per la ricerca scientifica di tanti singoli si è passati talora alla nascita di centri focalizzati su queste tematiche, alla crescita di corsi e quant’altro; il tutto in assenza di un disegno, di un progetto che considerasse come nuovi media e ICT dialogano e giocoforza richiedono innovazione con riguardo a governance, a strutture ed  organizzazione didattica. La stessa legge sull’innovazione didattica non è stata utilizzata fino in fondo dalle Università: alcune non hanno sfruttato quei finanziamenti, per quanto era possibile, in direzione dello sviluppo delle nuove tecnologie, ma li hanno investiti per proporre magari un corso di laurea in modalità blended che, esaurito il finanziamento, è ritornato nell’alveo della didattica tradizionale.

La conferma? Viene da una riflessione del prof. Pier Cesare Rivoltella allorché osserva come da una parte ci sono sedi che hanno favorito la formazione e i supporti per i docenti, perché coloro che avessero interesse a produrre corsi online potessero farlo, dall’altra ci sono sedi in cui si è privilegiato l’utilizzo di strutture di servizio, di centri di servizio preposti alla produzione dei corsi medesimi. Dunque non c’è un modello organizzativo, un assetto istituzionale  unico: diversi centri esistenti hanno storie diverse, statuti diversi; c’è una forte eterogeneità. Questo non è né un bene né un male; segnala, però, che di fronte all’irrompere delle nuove tecnologie le Università pubbliche sono state lasciate sole dalla politica: né idee né soldi. O forse un’idea si vede: fissando gli stessi requisiti di docenza per i corsi di laurea in presenza e per quelli a distanza ha creato forme “per così dire” di concorrenza tra didattica tradizionale e corsi on line. A vantaggio di quale e-Learning?.

Ciò nonostante, almeno un dato sembra emergere, e mi sembra interessante. Voglio richiamare la vostra attenzione: diventa estremamente diffusa la consapevolezza secondo la quale l’incorporazione dell’e-learning e dell’ICT all’interno delle Università, sebbene in assenza di azioni di sostegno (dagli indirizzi politici al denaro), comincia a porre il problema del rapporto tra potere e condivisione delle scelte. Rinvio alle riflessioni dell’amico Mauro Sandrini. La mia domanda, conseguente l’emersione di questo problema, è: quanto potere realmente esplicano all’interno delle rispettive Università i centri e i delegati per l’e-learning? La mia domanda è inversa rispetto alla storica, e sin qui vera, battuta di Alberto Colorni sulla riserva indiana. La domanda non è: “Vediamo dove si trova la riserva”, ma: “Quanto conta, quanto pesa la riserva nei rispettivi Atenei?”. Su questo terreno sono un po’ sconfortato. I centri per l’e-learning e per le tecnologie didattiche, pesano parecchio, anche in termini di controllo, se sono centri di servizio utilizzati dalle Facoltà e dall’Amministrazione; pesano molto meno se sono centri di ricerca che esplicano un’attività didattica riferita a un corso di laurea o a due o tre master.

Tuttavia, sento che sta crescendo al cultura dell’e-Learning. Ci sono corsi postlaurea, dai Master ai  Dottorati di Ricerca. Parimenti si avverte l’esigenza di nuove figure professionali intermedie tra docenti e studenti: dal tutor al manager didattico. C’è qui una domanda sia di arricchimento delle conoscenze e delle competenze dei giovani docenti sia di ricoscimento e valorizzazione di nuovi profili professionali.

Esprimo dunque il convincimento che la penetrazione dell’ICT e la presenza dell’e-Learning implica una modifica, una ridefinizione, del modello organizzativo gestionale delle Università medesime, a meno che non si scelga la strada che nella recente (marzo 2009) presentazione del rapporto ASSINFORM  è stata messa in luce dal prof. Capitani, valida per le piccole e medie imprese, secondo cui si è pensato che l’innovazione consista nell’acquisizione di macchinari nuovi e non nel fatto che l’innovazione debba innovare modi di pensare e di organizzare oltre alle attività tradizionali. Questo è un primo punto: rapporto potere-condivisione delle ICT all’interno delle Università.

Il secondo punto: di fronte all’eterogeneità e all’assenza di un riferimento normativo uguale per tutti, è plausibile permanere in questa situazione oppure c’è bisogno di un intervento di sistema, rispetto alla tematica dell’ICT, con appositi finanziamenti? Lo pongo come quesito aperto.

Terzo punto: tra i due modelli che richiamavo, riferendomi a Rivoltella, pratichiamo ancor più il percorso della formazione e del supporto ai docenti che vogliono produrre corsi online o ci spendiamo di più rispetto alla nascita di un centro che in qualche misura sia il centro per i servizi ma al tempo stesso per la didattica online degli atenei? Noi come SIe-L  pensiamo che comunque andrebbero prodotti dei materiali didattici, perché la resistenza della maggior parte dei docenti è anche determinata dal dato anagrafico: l’età media della docenza universitaria italiana è abbastanza alta come sapete. E infine, dobbiamo porre o no il tema della autonomia del docente di fronte allo sviluppo e alla pratica dell’e-learning? Anche qui faccio riferimento all’articolo di Sandrini: le piattaforme pongono anche il tema dell’autonomia dei docenti, così come l’abbiamo costituzionalmente intesa ed interpretata: io non so se l’autonomia didattica del singolo docente potrà permamere per intero all’interno delle piattaforme didattiche più note.

La SIe-L su questi punti ha alcune proposte: in parte stimoli verrano dall’intervento di Alberto Colorni e di  Giorgio Federici, che più di altri parlerà del life long learning. Tema su cui mi soffermo solo per richiamare il fatto che scarsamente le nuove tecnologie vengono finalizzate alla specificità della popolazione studentesca italiana, la cui l’età media è piuttosto alta, non solo nelle facoltà umanistiche, politologiche e giuridiche per la presenza preponderante dei fuoricorso. Un insieme di ulteriori proposte e di segnali verranno sicuramente da Saverio Salerno, che si soffermerà sul prossimo congresso di Salerno.

Concludo con l’ultima battuta. La SIe-L  vuole impegnarsi a portare l’innovazione dentro le attività tradizionali dell’Università: credo che nella ricerca, l’innovazione già viva abbastanza; molto meno vive nella didattica, ma penso – e questa è una proposta che si sottopone alla riflessione – che per farla vivere ancor più nell’ambito della didattica, la SIe-L deve incominciare a pensare politicamente: deve avere cioè proposte politiche sull’assetto dell’Università, sul governo dell’Università, e sul fatto che le nuove tecnologie, se accolte nel loro valore strategico, sono non solo un supporto per accrescere la qualità dell’offerta didattica ma soprattutto uno dei fattori decisivi per innovare i modi di essere della nostra Università e della formazione dei nostri giovani laureati.

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Alberto Colorni – Centro METID Politecnico di Milano)

Racconterò la vicenda della SIe-L attraverso un prologo e tre scene: sono infatti tre le fasi della nostra storia che vorrei provare a collocare temporalmente. Stiamo ragionando di tempi molto ravvicinati: la rete Internet ha meno di 5.000 giorni (15 anni), l’e-learning meno di 3.000 giorni, il web 2.0 meno di 1.000.

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In linea di massima, dunque, stiamo raccontando una storia breve: e non parlo della nostra storia ma di quella del contesto in cui operiamo.

Prologo – Come Gino Paoli

Forse conoscete quel pezzo che parla di “Quattro amici al bar”. Bene, agli albori della nostra storia non c’era il bar ma i quattro amici si. Siamo nel 2003, meno di 3.000 giorni da oggi. Io (ingegnere) avevo parlato dell’idea con Martinotti (sociologo), poi con Olimpo (esperto di tecnologie didattiche), infine con Calvani (pedagogista): e l’idea era quella di verificare se da competenze diverse si potesse arrivare a un’utile contaminazione sul tema della formazione online. In quel momento l’attenzione alla formazione era forte in campo aziendale, con le caratteristiche che potete facilmente immaginare: percorsi individuali, contenuti rigidi, pochi feedback (salvo i test), poca attività di tipo collaborativo. Noi ragionavamo di un atteggiamento di tipo proattivo, che si indicava (e si indica tutt’ora) come un elemento caratterizzante dell’e-learning: da parte di chi insegna, di chi apprende, di chi deve ragionarci. Insomma, un atteggiamento di attenzione.

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Conoscete le tre “unità aristoteliche”: tempo, luogo, azione. Nell’e-learning c’è sorta di una rottura di esse: oltre alle prime due (ovvie, non c’è più la lezione di …, nell’aula …, alle ore …), c’è anche una rottura legata all’azione, o meglio alla classica relazione tra chi insegna e chi impara, che è una relazione asimmetrica di tipo gerarchico: nell’e-learning i ruoli sono più sfumati, le figure sono molteplici.

Invece delle unità di tempo, luogo, azione, l’e-learning propone delle questioni su cui riflettere: dalle modalità di archiviazione, alle tecnologie didattiche, dalla vastità dei database e alle forme di utilizzo. Agendo verso aree lontane e in tempi differiti, l’e-learning pone questioni tecnologiche (le scelte migliori per raggiungere luoghi remoti), ma anche questioni di tipo organizzativo. Il modello, infatti, prevede la presenza di nuove figure e una maggiore attenzione verso l’utenza. In un contesto universitario la rottura dello schema opera a vari livelli: l’accesso facile ai materiali da parte degli studenti, l’esigenza per il docente di padroneggiare alcuni aspetti tecnologici, una necessaria e diversa disponibilità cambiano l’organizzazione della didattica.

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Al momento del nostro primo workshop nel 2003 le iscrizioni erano 70 circa: 24 domande dall’università, 11 dalla scuola, 13 dalle aziende, 8 da sviluppatori di software, più altre di varia provenienza. La situazione era dunque piuttosto composita.

Prima scena – Le sorgenti del Nilo

Il titolo si ispira all’impresa avviata a fine Ottocento dalla Società italiana di Geografia, che si pose l’obiettivo (allora ambizioso) di cercare le sorgenti del Nilo. Analogamente noi, alla momento della nascita della SIe-L, avevamo idee forti e un programma di lavoro ambizioso. Una curiosità: il nome SIe-L l’ho proposto perché non mi piaceva l’idea delle solite A che stanno negli acronimi di tutte le associazioni. Mi sembrava che una S, proprio ispirata alla Società italiana di Geografia, suonasse meglio.

Il programma aveva alcuni pilastri significativi, come la promozione del settore, il riconoscimento dei ruoli al suo interno, la valorizzazione delle esperienze migliori. Inoltre, poiché ogni associazione ha i suoi momenti di confronto attraverso una rivista e un congresso, fin dall’inizio ci siamo dati questi due strumenti.

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Dicevo dei pilastri iniziali. Parlare di riconoscimento e di ruolo delle varie figure dell’e-learning pone subito la  questione degli incentivi e delle motivazioni. Sapete tutti che nel mondo universitario non si fa carriera sulla didattica ma sulla ricerca, quindi la questione è piuttosto complessa.

Qual era il contesto in cui ci siamo mossi? Era caratterizzato da previsioni e condizionamenti. Le previsioni erano per un aumento delle attività di formazione (e questo c’è stato), per una crescente produzione di contenuti ma anche di servizi (ed è ciò che sta avvenendo), per una prevalenza della formazione aziendale (che tuttora prevale) e un nascente interesse della PA, per un forte mutamento tecnologico (che però nel tempo è andato consolidandosi). Nella linea temporale ho individuato come elemento critico la nascita delle Università telematiche, un nuovo attore non irrilevante per i nostri ragionamenti.

Anche qui ho una testimonianza: è il primo numero della rivista, Je-KS, nata e portata avanti soprattutto per la passione di Antonio Calvani.

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Ora siamo al quinto anno e tra poco la rivista andrà online. Ho avuto il piacere di inaugurare il primo numero, con un articolo che si chiamava Dai learning object ai learning objective: era l’idea di porci – appunto – degli obiettivi.

Seconda scena – I salotti buoni

Dopo la nascita della SIe-L e la costituzione della struttura minimale, dovevamo capire come consolidarla e soprattutto come muoverci “a rete”, cioè come costruire relazioni con altri soggetti. Il lavoro si è concretizzato in due momenti, che hanno portato l’associazione in due “salotti buoni”: (i) il gruppo di lavoro LLL-eL (che significa LifeLongLearning ed e-Learning) promosso dall’allora ministro Mussi; (ii) il tavolo interistituzionale sull’e-learning, in cui la SIe-L siede tuttora insieme a una dozzina di altre istituzioni, ministeri, agenzie pubbliche (oggi l’unico organismo attivo in modo coordinato sul fronte dell’e-learning).

Visto che faccio la parte della memoria storica, dirò che in quel momento si immaginava un forte sviluppo dell’e-learning nella Pubblica Amministrazione. Di nuovo una curiosità: nel 2004 il ministro Stanca annunciò che entro il 2006 il 30% della formazione della PA sarebbe stato erogato online, obiettivo come vedete non raggiunto. C’erano delle attese e alcuni falsi miti: quello, per esempio, che l’e-learning sarebbe costata meno della didattica tradizionale (il che è vero soltanto dopo un po’; all’inizio certamente no). C’era comunque una certa attenzione da parte del governo.

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L’altro elemento che caratterizza questa fase è l’irruzione del web 2.0, fatto parzialmente destabilizzante per chi fa di professione il docente perché perfeziona e rende facilmente disponibili strumenti per comunicare, costruire contenuti, condividere, valutare le fonti. Esso apporta quindi degli elementi di novità/rottura rispetto al contesto precedente: da un lato sostiene la spinta a un atteggiamento proattivo da parte degli utenti; dall’altro offre la possibilità di valutare e sindacare quello che viene insegnato (se non altro perché le fonti raggiungibili sono tante e la possibilità di dire la propria opinione è facilitata).

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Il gruppo di lavoro LLL-eL è stato un’occasione mancata, nonostante il tema fosse cruciale e la SIe-L fosse ben rappresentata (4 esponenti su 12, tra cui Giorgio Federici che in quel momento era il vice coordinatore  del gruppo). Un piccolo tentativo venne fatto sui due fronti delle Università telematiche e della destinazione [di parte] del FFO per premiare le università dotate di attività di LifeLongLearning: ma furono operazioni non andate sostanzialmente in porto.

Terza scena – Dai garibaldini ai piemontesi

Qualificare il mio amico Aurelio Simone come un piemontese può sembrare una cosa stravagante. Ma è pur vero che una volta che i garibaldini conquistano le posizioni è necessario che qualcuno sappia sistemare le cose: i piemontesi appunto. Nella mia mente, questa è la collocazione della nuova Presidenza, con i suoi piani precisi (in parte già in atto): un Direttivo funzionante, con delle veri e propri deleghe; l’attivazione di relazioni istituzionali (la giornata di oggi ne è un esempio); un dibattito sugli strumenti dell’associazione.

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Anche nella fase che stiamo vivendo c’è naturalmente un contesto in cui muoverci. Dopo un momento in cui tutti immaginavano che l’e-learning sarebbe stato il sistema del futuro, attualmente ci si chiede se esso abbia iniziato la fase di flessione o se si stia riorganizzando per ulteriori spinte. Certamente esiste una notevole attenzione verso il mondo del lavoro, l’e-learning non è più visto come un corpo la sua separatezza era di per se rassicurante (la riserva indiana che ho spesso citato, l’e-learning nella riserva non dava fastidio a nessuno e lì dentro era destinato a restare). A livello della UE l’e-learning non ha più dei programmi specifici, ma è inserito in programmi legati all’accesso all’apprendimento, all’internazionalizzazione, alla cittadinanza europea, in alcuni casi anche al cambiamento organizzativo: oggi l’e-learning può con ragione essere visto come elemento di innovazione.

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Tutto ciò è per noi un elemento estremamente interessante, che tra l’altro permette un nostro inserimento nelle relazioni tra PA, imprese e territorio.

Conclusione

Probabilmente c’è poco da concludere. Si può forse tornare all’idea iniziale, che credo continui ad essere sensata: l’attenzione alla contaminazione, ai linguaggi diversi, alla necessità di gestire processi e non soltanto di mettere materiali in rete. In questo senso, i programmi di e-learning sono visti oggi (a vari livelli) come catalizzatori per fare innovazione.

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Gli strumenti che utilizziamo sono già per loro natura portatori di innovazione. Come ricorda spesso Federici, si deve “fare sistema”, il che però è un problema non semplice. Si tratta di mettere insieme esponenti di università diverse, ciascuno con i propri asset, di avere cioè una realtà aperta che riesce ad organizzarsi. Le realtà open sono interessanti modelli di autorganizzazione; sarebbe strano che noi che lavoriamo in questi contesti non riuscissimo a darci anche delle forme organizzative sensate.

Chiudo mostrando un triangolo su cui mi è capitato di ragionare di recente. Sapete che si è a lungo discusso se l’e-learning fosse questione di pedagogisti o di tecnologi. Io sostengo che ormai la questione non è più “modelli pedagogici  versus tecnologie”: questo è soltanto uno dei vertici del triangolo. Ci sono altri due elementi rilevanti: la valorizzazione delle attività di community e l’analisi del contesto. In questo senso ciò che vedete dentro il triangolo è una serie di strumenti che di volta in volta possono essere adattati alle situazioni. Quando parlo di formati web dico che si può ragionare sugli aspetti collaborativi, ma anche sui linguaggi e sulla possibilità di avere linguaggi adeguati ai contesti e ai soggetti che vi operano. Il senso del discorso è di collocare i vari strumenti in una situazione in cui di volta in volta siano scelti quelli più adeguati al contesto e alle attività.

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La mia considerazione finale è dunque che dobbiamo spostarci dall’idea di e-learning come semplice immissione di materiale in rete, fatta da (e per) alcune persone che sanno di tecnologia e di scienze della formazione, a un’idea basata sull’interazione e sulla produzione di servizi online.

Nella mia visione, un servizio online è caratterizzato dall’assumere il punto di vista dell’utente, dal lavorare in collaborazione attraverso continue interazioni, dalla presenza di modelli di performance e di indicatori che permettano di misurarne l’impatto. Si tratta di temi che hanno (anche) a che fare con aspetti organizzativi e che ci riportano alla domanda di sempre: “Che cos’è l’e-learning ?”.

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Giorgio Federici – Presidente EForm – Università degli Studi di Firenze

Io sono stato incaricato di presentarvi qualche idea sul life long learning e sui suoi rapporti con l’e-learning. Questo incontro ha come tema la creatività e l’innovazione nella didattica dell’Università. Penso che tutte le persone che sono qui presenti si siano esercitate negli ultimi anni su questo tema, con alterne fortune. Il tentativo di introdurre innovazione nell’Università ha almeno una quindicina o una ventina d’anni e i risultati sono oggetto di osservazioni e discussioni. Su questo argomento dirò qualcosa; poi dirò qualcosa sull’apprendimento permanente, e poi sulla connessione tra e-learning e life long learning.

Ho provato a pensare ad alcune delle innovazioni nella formazione superiore su cui ci siamo esercitati e su cui ci dovremmo esercitare; direi che intanto dobbiamo parlare di innovazione nella formazione superiore e non nella formazione universitaria perché la mia tesi è che le esigenze sociali siano tali che se l’Università non interviene nel soddisfarle, interverranno altri soggetti a farlo. Questo è un punto secondo me molto significativo e, di conseguenza vorrei proporvi questa prima riflessione: esiste uno spazio molto grande per le Università per intervenire su questo settore, ma non è di loro esclusiva competenza. L’innovazione più importante che abbiamo sperimentato in questi anni e che sperimenteremo sempre di più in futuro è l’innovazione dell’apprendimento e l’innovazione dell’integrazione. Per quanto riguarda l’innovazione nell’apprendimento, non so quante delle vostre Università abbiano riorganizzato i corsi di studio secondo i descrittori di Dublino, cosa che sarebbe obbligatoria. Devo dire che non mi sembra una pratica molto comune. Un’altra scadenza fondamentale è integrarci al sistema EQF. Anche questa è una scadenza molto vicina, che viene imposta da una serie di accordi che il nostro Paese ha fatto con l’Unione. Un punto fondamentale è il riconoscimento degli apprendimenti comunque acquisiti. La professoressa Alberici, che oggi non è qui, perché è stata incaricata dal suo Rettore di fare la progettazione di un CAP, un Centro per l’Apprendimento Permanente, ha mandato a tutti i Presidi delle Facoltà italiane, circa 500, un questionario piuttosto corposo in cui ha chiesto che metodologie usano per il riconoscimento degli apprendimenti acquisiti. Su 500 questionari ha ricevuto 40 risposte. Eppure il riconoscimento degli apprendimenti comunque acquisiti è essenziale non solo per cercare di affrontare i fenomeni di corruzione che sono ben presenti nel nostro Paese, ma perché ce lo chiede l’Unione europea. È impossibile immaginare qualsiasi attività di life long learning se non si chiarisce il fatto che le persone apprendono in qualsiasi contesto e che di conseguenza le organizzazioni che fanno formazione formale devono poter riconoscere questi apprendimenti. La professoressa Alberici ha avviato questo tipo di ricognizione nell’ambito di un PRIN: attendiamo i risultati con interesse.

Vi sottolineo un’altra tematica che ho recepito ieri a Didamatica a Trento, nella tavola rotonda che abbiamo fatto con Innocenzo Cipolletta. Cipolletta ha detto che l’unica maniera di mettere in formazione i giovani manager rampanti delle imprese – che sono interessati a fare formazione, perché si rendono conto di non riuscire a stare al passo – è quello di progettare loro una formazione sul posto di lavoro, in maniera che essi possano realizzare forme di apprendimento all’interno dei loro contesti lavorativi. Queste pratiche, nei paesi anglosassoni, ci sono già da qualche anno ma sono un’ innovazione su cui noi ci dovremmo esercitare.

Alcune cose le ho dette. Colorni ha detto che io ho la mania del “sistema”: il punto è che i concetti di integrazione fra la docenza accademica e quella professionale, di integrazione dei sistemi formativi, di integrazione dei servizi, da lui stesso indicati come prospettiva per l’e-learning, mi sembrano davvero essenziali. Dunque voi tutti conoscete i descrittori di Dublino, il sistema europeo delle qualifiche, così come conoscete la necessità di descrivere le lauree di primo livello, cioè il sesto livello di EQF, in termini di conoscenze, abilità e competenze: quello che dirò successivamente lo inquadrerò nell’ambito di queste strategie.

La formazione universitaria è passata da un ciclo espansivo, quello degli anni Novanta, che stiamo cercando di correggere, a un ciclo di perseguimento della qualità dei nostri corsi di studio. In questo contesto, un elemento di sviluppo espansivo può essere proprio il life long learning, magari abbinato all’e-learning. Non mi dilungo su cosa significano life long learning e Life Wide Learning, sapete però che hanno a che fare con la necessità di riconoscere gli apprendimenti comunque acquisiti. Mi fermo invece sul titolo di un convegno della fine di marzo. You Can, che è il network più importante che si occupa di questi aspetti, ha organizzato un convegno dal titolo impegnativo: “Bisogna che le Università o parte di esse si trasformino life long learning university”. Mi sembra molto impegnativo e, non a caso, l’oggetto del dibattito ha diviso la metà dei partecipanti: dobbiamo fare Università che siano solo life long learning university per adulti o dobbiamo fare Università che comprendano un modello e l’altro? Probabilmente ogni territorio cercherà di trasformare l’Università di sua pertinenza e ogni Università si trasformerà in base alle esigenze del proprio territorio. Io però ve lo pongo come argomento di dibattito: è un obiettivo sensato e plausibile trasformare le Università in life long learning university? Io penso che lo sia; sul come non ho le idee chiare ed è cosa da discutere.

L’altro elemento che vi segnalo, e penso sia noto a tutti, è il Manifesto dell’Associazione Europea delle Università (EUA) per il life long learning. Questo vuol dire che oltre alle indicazioni dell’Unione, che hanno ormai 10-15 anni, anche le Università europee hanno questo obiettivo.  Nei  10 statement per le Università e per i Governi ci sono tutti gli obiettivi: studenti adulti, sevizi di consulenza e di assistenza – che sarebbero poi i centri per l’apprendimento permanente di cui parlerò successivamente – il riconoscimento degli apprendimenti permanenti. Il processo di sviluppo delle Università nel campo dell’apprendimento permanente in nessun Paese è stato spontaneo, e si può avviare solo se ci sono finanziamenti adeguati, ma anche un rapporto con gli enti locali e le imprese. Nel Manifesto, l’EUA dice anche quali sono gli impegni che i Governi devono avere: 10 impegni per noi, 10 impegni per loro.

Non mi dilungo ma arrivo, avviandomi alla conclusione, a un punto che credo sia quella connessione cui accennavo. Penso che l’e-learning, malgrado qualche delusione che abbiamo avuto, diventerà uno strumento essenziale per lo sviluppo delle competenze delle persone, delle organizzazioni e dei territori; e la ragione è banale: probabilmente noi non ci stiamo avviando verso la società della conoscenza, perché ci sono segni contraddittori. Però, se il futuro è la società della conoscenza, tutti devono essere messi in apprendimento permanente, qualsiasi cittadino; e se vogliamo formare tutti, è chiaro che non lo possiamo fare con la formazione in presenza. Per questi motivi, penso che entro 5-10 anni chi non saprà apprendere in rete non sarà un cittadino uguale agli altri. Il nostro compito è quello di aiutare le persone in questa direzione. Di conseguenza, mi rifaccio a uno degli studi di Elios cui accennava prima Colorni, l’apprendimento formale, informale e non formale, con l’e-learning, acquisisce tutta una serie di nuovi territori, su cui potremo “pascolare” e inventare nuove forme di offerta formativa e  nuove forme di servizi e di assistenza.

Non sono pessimista su quello che siamo riusciti a fare: per la prima volta nella storia dell’Università italiana esiste un indicatore che è l’indicatore C5 per la formazione triennale del FFO che è già stato applicato in proporzione ai CFU acquisiti in apprendimento permanente; vorrei anche ricordare che l’attuale governo ha stilato delle linee-guida sull’Università in cui comunque il life long learning viene individuato nell’ambito del diritto allo studio con questa frase: “favorire lo sviluppo della formazione continua e lungo l’arco della vita, di funzioni indispensabili in un’economia avanzata in rapida trasformazione”. Penso perciò che quando il nostro Ministero sarà organizzato, la linea del life long learning avrà possibilità di sviluppo. Per realizzare queste strategie avevamo individuato i CAP, strutture analoghe a quelle che ci sono nella scuola (CST). La cosa sta prendendo piede: l’ISFOL ha organizzato il 21 aprile l’incontro delle Università del sud a Campobasso su queste tematiche, e ci sono numerose iniziative su questi temi nate recentemente. In particolare, sono personalmente coinvolto nella realizzazione dei Centri per l’Apprendimento Permanente di Potenza e Matera, nell’ambito di un progetto che si chiama “Sapere Basilicata”, finalizzato a realizzare un sistema regionale per l’apprendimento permanente.

Volevo inoltre segnalarvi un consorzio di alcune Università; noi partecipiamo sotto la guida di You Can al progetto Observal che è un osservatorio europeo finalizzato alla creazione di un database su come in Europa si riconoscono gli apprendimenti non formali e informali ed eForm è incaricato di fare il rapporto per l’Italia. La situazione non è esaltante, ma possiamo migliorare; a tale proposito vi chiedo di segnalarmi se avete delle esperienze virtuose da questo punto di vista. Chiudo dicendo che e-learning e life long learning non sono temi di competenza esclusiva dell’Università, ma di sistemi di apprendimento regionale. Questi sistemi sono ampiamente finanziati: abbiamo delle ottime opportunità per fare tutte le cose che l’Europa ci chiede di fare da tempo; e soprattutto ce lo chiedono la società e il fabbisogno formativo dei cittadini. Abbiamo ampie possibilità di fondi interprofessionali; di conseguenza, io vi confesso francamente che sono piuttosto ottimista per le Università che si vorranno mettere su questa strada. Si realizzerebbe un salto di cui il Paese ha bisogno; per realizzarlo, però, bisogna cercare di collaborare: i fallimenti del passato sono dovuti al fatto che ogni Università, ogni singolo professore, hanno immaginato di poter perseguire obiettivi così ambiziosi in una logica autoreferenziale. È invece il momento di avviare serie attività di collaborazione, anche perché noi siamo già Università lifelong: sul sito del Ministero, come ricordava il nostro presidente Aurelio Simone a Didamatica, risulta che il 35-37% degli studenti universitari italiani ha più di 25 anni; ci sono interi corsi di laurea come quello di Raffaella Bombi che sono fruiti da persone che lavorano. Come al solito, non è che dobbiamo inventare qualcosa che non esiste. Se non esistessero gli studenti non potremmo fare nulla; ma gli studenti esistono, siamo noi che non ce ne rendiamo conto.

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Raffaella Bombi – Università degli Studi di Udine

Ringrazio  il Presidente  della SIe-L prof. Aurelio Simone per aver organizzato questo  importante incontro e desidero  presentare e commentare la Dichiarazione di Gorizia, ossia il Documento che è emerso a conclusione del Convegno nazionale che si è svolto all’Università degli Studi di Udine (sede di  Gorizia, 20 novembre 2008) sul tema “L’e-learning e gli studenti adulti nel panorama universitario italiano. Esperienze e prospettive”. Come è stato poco fa sottolineato dal collega Federici, dal Convegno sono emerse varie sollecitazioni che hanno trovato definitiva sistemazione nella “Dichiarazione di Gorizia” in cui  i relatori del convegno si riconoscono.

L’Università deve aprirsi alle sempre più pressanti esigenze di formazione permanente, al life long learning,che arrivano dalla società civile, dando risposte forti e adeguate ai nuovi target  che si affacciano al mondo universitario. Oggi è sempre più sentita l’esigenza di andare al di là dell’obiettivo di formare i giovani e di aprirsi non soltanto allo studente lavoratore, ma anche e soprattutto  allo studente adulto affinché possa accedere al mondo dell’alta formazione. Sono questi i principi che trovano conferma nei punti 1 e 3 del Documento:

  1. va favorito lo sviluppo della formazione continua lungo l’arco della vita, funzione indispensabile in un’economia avanzata e in rapida trasformazione, in una società della conoscenza in continua evoluzione in cui è pressante l’esigenza di aggiornamento delle competenze.

L’Università deve quindi modificarsi riplasmando la propria offerta formativa  per aprirsi al mondo delle professioni e, in generale, degli adulti in linea con le raccomandazioni dell’Unione Europea dove, da tempo, l’adult learning è riconosciuto come valore aggiunto, interpretato come una “vital component of lifelong learning policies, and essential to competitiveness and empliyability, social inclusion, active citizenship”. Nelle numerose Comunicazioni dell’UE, che si susseguono a partire dal 2000 quando si cominciò a focalizzare l’attenzione su uno “spazio europeo dell’apprendimento permanente”, il tema dell’educazione degli adulti, essenziale per contribuire alla mobilità del mercato del lavoro moderno e per ampliare la capacità di occupazione degli adulti, appare essere una delle azioni portanti dell’UE. Indicativo è  il sottotitolo della Comunicazione del 23.11.2006  “Adult learning: it is never late to learn”  dove si sottolinea la  necessità  di “garantire la qualità nell’educazione degli adulti” eliminando “gli ostacoli alla partecipazione al processo educativo”.

  1. vanno potenziati e disseminati i corsi in e-learning,  che sono espressione di progetti di eccellenza in grado di tenere alto il profilo in termini di qualità dell’offerta formativa  e culturale, sottolineando la necessità di tenere distinte le lauree on line promosse da Università che presentino una organica offerta formativa da quelle delle Università telematiche.

Va  dato riconoscimento a tutti i  corsi on line che, oltre a coesistere spesso accanto ai  più tradizionali corsi frontali, presentano ormai una gamma diversificata di  modelli didattici che si configurano  o come totalmente on line o con porzioni di didattica on line alternata a quella frontale. In questo processo di riconoscimento va  certamente  potenziata e sostenuta tutta la didattica post laurea on line con risposte chiare anche su corsi ai diversi livelli (Master, Corsi di perfezionamento ecc.).

  1. va  sollecitata una forte cultura di attenzione verso la tipologia di studente adulto. E’ emersa dal convegno l’analisi del dato sociale legato all’età media degli studenti che si immatricolano ai corsi on line la quale si aggira su 32 anni con conseguente possibile delinearsi di uno scenario nuovo sull’orizzonte temporale di primo ingresso all’Università: la domanda di istruzione universitaria presenta quindi significativi margini di incremento.

L’Università deve quindi farsi parte attiva nell’attrarre questa utenza investendo  nel nuovo target non solo nazionale, ma anche internazionale, quest’ultimo agevolmente recuperabile proprio attraverso il modello formativo  in e-learning. Per questa tipologia di studente adulto è inoltre necessario operare a favore dell’ “accesso alla cultura” e all’alta formazione universitaria al fine di evitare la dispersione di queste persone alla ricerca di alta formazione in corsi  parauniversitari. È  significativo che nelle stesse Linee guida del DM 270/2004 c’è un chiaro riferimento al “nuovo impulso alla formazione permanente come missione istituzionale dell’università” e allora ecco che la formazione permanente trova nell’e-learning il suo supporto strategico, unica modalità in grado di favorire e certamente rivelarsi centrale per il lifelong learning.  Come naturale conseguenza di queste riflessioni è che il confronto diretto con questa nuova figura di studente universitario richiede un cambio paradigmatico e una “cultura di attenzione” in relazione non solo all’organizzazione del percorso formativo, ma anche alle numerose  problematiche connesse.

Si segnalano due priorità concrete in rapporto alle quali si invocano azioni e interventi urgenti da parte dei soggetti istituzionalmente competenti

•a) Una prima esigenza cui far fronte riguarda i permessi di studio per corsi on line (come coordinatrice del corso di laurea in Relazioni Pubbliche on line, vivo di persona il problema di questi  studenti che non riescono ad ottenere dal loro datore di lavoro il permesso delle 150 ore solo perché studiano ‘on line’).

•b) Un altro aspetto da affrontare è quello del ruolo degli ERDISU (Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario) che deve prendere coscienza dell’esistenza di questa nuova tipologia di studente che vanta analogamente a tutti gli studenti universitari il diritto allo studio con ovvia conseguente necessità di individuazione di forme diversificate di sostegno.

  1. tra gli Indicatori di Ateneo per il monitoraggio e la valutazione, rientra anche l’Indicatore C5. Premesso che la previsione di questo Indicatore indica una positiva attenzione istituzionale alla Formazione permanente, si impone certamente una analisi. Si rileva infatti che la sua applicazione, limitata ai soli Master, appare ancora riduttiva in quanto taglia fuori i corsi di studio di L e LS/LM; vanno pertanto inseriti anche i corsi di laurea e di laurea Magistrale/Specialistica a prescindere se autonomi o come modalità on line (la mancata autonomia non deve essere penalizzata) in quanto gli effetti sulla formazione permanente si attuano in egual modo e dunque vanno valorizzati e incentivati. La modifica dell’indicatore è pertanto indispensabile perché va ad incentivare gli Atenei che si spendono con  serietà nella formazione lungo tutto l’arco della vita.
 

Certamente è di grande importanza l’inserimento tra i parametri per la determinazione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) dell’Indicatore C5 (“Proporzione di Crediti Formativi Universitari acquisiti in apprendimento permanente”) ma occorre intervenire con urgenza per far sì che questo indicatore ministeriale sia esteso ai corsi erogati in modalità on line. Se infatti l’indicatore mira a premiare l’offerta didattica capace di attrarre lo studente adulto recuperandone la partecipazione ai processi formativi, non c’è alcun dubbio  che proprio la particolare configurazione del corso garantisce piena attuazione ai processi di life long learning aprendosi a una platea di soggetti che difficilmente accederebbero ai corsi in modalità interamente frontale.

  
  1. si auspica la costituzione di un tavolo di coordinamento  di tutte le sedi Universitarie con strutture didattiche analoghe, ad esempio, al corso di Relazioni pubbliche on line (Università di Udine), ai corsi on line dell’Università di Modena-Reggio Emilia e a quelli del Politecnico di Milano per elaborare strategie comuni su questi corsi on line che convivono in parallelo ai corsi frontali.

Si dà atto alla Fondazione Crui di avere a suo tempo istituito l’Osservatorio sull’e-learning utile strumento in grado, ad esempio, di monitorare l’offerta formativa on line negli atenei italiani. Ma non basta! Certamente è opportuno che la Crui continui a farsi parte attiva all’interno del sistema universitario italiano in primo luogo come punto di osservazione privilegiato e autorevole delle best practice di e-learning nel panorama dell’offerta formativa al fine di costruire, con priorità,  una banca dati chiara e di agevole consultazione per gli Stakeholder interessati, comprensiva di tutta l’offerta formativa on line presente negli atenei italiani. L’obiettivo è di  dare visibilità a  tutti i corsi  in modalità on line, noti nella banca dati dell’offerta formativa ministeriale come corsi in teledidattica, dandone adeguato risalto.

Per facilitare l’azione della CRUI, le sedi in cui siano radicati corsi erogati in modalità on line potranno e dovranno sviluppare adeguate forme di concertazione che ne facciano l’interlocutore di tutti i soggetti istituzionali del sistema universitario (MIUR, CRUI, CUN, Interconferenza).

Ringrazio il Presidente della SIe-L e tutti i colleghi per l’attenzione.

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Saverio Salerno – Polo di Eccellenza L&K – Università degli Studi di Salerno

Il VI Congresso Nazionale della SIe-L si terrà a Salerno dal 16 al 18 settembre. La linea che abbiamo cercato di seguire è la combinazione di una giornata a carattere scientifico con una giornata di proiezione industriale, di attenzione agli aspetti applicativi e di relazioni esterne. Su questa base vi propongo alcune considerazioni legate all’esperienza maturata.

A Salerno abbiamo un Polo che comprende diversi soggetti, al di là del Dipartimento, che è nato vent’anni fa come collaborazione pubblico-privata finalizzata alle applicazioni, sia per il territorio che per la ricerca industriale. A quel tempo la riforma Ruberti sull’autonomia ancora non era definita. Chi ricorda quei tempi sa che c’erano delle enormi difficoltà anche su questioni molto banali: dare una borsa di studio, un contratto, o fare un acquisto molto piccolo, erano tutte operazioni estremamente difficoltose, per questioni di natura amministrativa oltre che di copertura finanziaria. Anche oggi ci sono dei problemi, legati maggiormente a questioni di budget, e quindi anche oggi è bene avere dei “polmoni” che consentano dei margini di flessibilità, come sa chi svolge attività che richiedono la presenza di collaborazioni, risorse e attrezzature.

C’è poi un problema di inserimento nell’ambito della ricerca industriale. Chi, come me, ha fatto questo tentativo, sa bene quanto sia difficile; nel mio caso, forse, la difficoltà è dettata dalla localizzazione geografica, ma si può dire che è difficile ovunque, perché si constata che le grandi compagnie, con scarsissime eccezioni, difficilmente fanno ricerca industriale da noi, così, non possiamo permetterci di sognare Headquarters o laboratori di ricerca. Spesso si tratta di attività finalizzate ad aspetti commerciali e di servizi, che sono poi di volta in volta “vestite” con la forma della borsa di studio o del piccolo grant. Questa è la situazione attorno alla quale ci siamo trovati ad operare. Nei primi anni Novanta abbiamo dato vita a uno spin-off, ben prima che ci fosse l’articolo 11 della Legge 297. Il tema del Learning and Knowledge è stato un po’ l’asse portante della nostra attività. Siamo una realtà che comprende il consorzio – che ormai ha una decina di sedi in Italia – uno spin-off finalizzato all’exploitation dei risultati della ricerca, un altro consorzio nato da uno dei centri di eccellenza MIUR della prima tornata, specifico sul tema metodi e sistemi per l’apprendimento e la conoscenza. Questo è il nostro panorama.

Alcune delle considerazioni che esamineremo nel Congresso sono state in parte richiamate:  ad esempio, pensare l’e-learning come innovazione puramente tecnologica, porta poco lontano; è un discorso piuttosto limitato se non incide sui processi organizzativi. Allo stesso modo bisogna incidere sui processi didattici e sui processi di apprendimento. Su questi temi abbiamo avuto un campo d’azione limitato probabilmente dalla disponibilità degli strumenti: le piattaforme, in una visione parzialmente vera e parzialmente viziata da pregiudizi ideologici, sono strumenti limitativi: si limitano a rendere possibile il delivery di contenuti standard, di learning object. La cosa interessante è costruirci intorno dei percorsi di interazione non lineari che forniscono un valore aggiunto.  Da questo punto di vista, l’evoluzione verso il social web e verso il learning 2.0 è un fatto che dovrebbe spingerci verso un’utile sintesi nei confronti di questo nuovo paradigma, così come si sta cercando di sintetizzare sul discorso del formale e dell’informale. Ciò comporta anche l’integrazione della riflessione sui modelli di apprendimento, in un’ottica congiunta, tecnologico-pedagogica.

Nella situazione attuale dell’Università, al di là del dibattito culturale, sono anch’io perplesso sulla possibilità di implementare questo tipo di cambiamenti in assenza di un intervento e di un supporto dall’esterno perché, come i fatti sembrano dimostrare, ciò funziona quando c’è un coinvolgimento in termini di servizi allo studente oppure quando c’è un qualcosa di specifico su questi temi, una scuola dottorale, un master… A tale proposito è utile avere una ricognizione delle esperienze, ma bisognerebbe andare oltre: bisognerebbe trovare una convergenza, nell’autonomia delle singole realtà. Non è impossibile: pensiamo ai servizi per le emergenze distribuiti su tutto il territorio nazionale: non son tutti uguali, com’è naturale che sia, in tutte le realtà e in tutti i territori, però ci sono dei sistemi centrali e degli standard a cui adeguarsi. Analogamente, si potrebbe pensare a un’iniziativa che sia un po’ il backbone a livello nazionale, attorno a cui ognuno si articola in autonomia facendo le sue scelte.  È una proposta ragionevole, e la SIe-L ha le caratteristiche e la vocazione per candidarsi ad essere il coordinatore e il garante a livello  nazionale; mi richiamo  al discorso fatto dal Presidente sulla validazione e valutazione dei sistemi e delle soluzioni. Si tratta di una questione che richiede attenzione e risposte, perché permette di programmare interventi che prevedano un consistente impiego di risorse a livello centrale; il punto è che tali interventi presuppongono un’attenta analisi costi/benefici delle soluzioni che si vogliono proporre.

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Piergiuseppe Rossi – CIEM – Università degli Studi di Macerata

La cosa da cui vorrei partire è che ci troviamo qui alla CRUI come delegati dopo circa tre – quattro anni dall’ultima volta… e questa assenza, questo letargo, è secondo me da valutare e da considerare. Io penso che il dibattito di questi tre anni sulle Università Telematiche abbia bloccato completamente anche il dibattito all’interno della CRUI sulle prospettive che poteva avere l’e-learning.

Io non sono a favore delle Telematiche ma questo problema ha significato bloccare il dibattito sull’e-learning all’interno delle Università. In questo periodo sicuramente le esperienze di e-learning sono cresciute sia sul piano quantitativo che qualitativo; ciò che non è andato avanti è concetto di sistema. Mi riferisco a un concetto di sistema che miri a integrare l’e-learning all’interno delle Università. Prima Aurelio diceva che abbiamo l’e-learning più nei master che nei corsi di laurea; è normale, perché nei master è più facile: ci sono meno vincoli. Il problema è dunque normativo. Quindi, bisogna che riprendiamo – come Università – a chiederci cosa significa innovazione e cosa significa andare avanti con l’e-learning; quindi dobbiamo capire quali sono i problemi normativi sull’e-learning.

Nella realtà da cui provengo, quella di Macerata, che ha attualmente più di 1300 studenti online, ci sono dei problemi, ed è utile citarli per capire come muoversi su due o tre elementi focali. Il primo è sicuramente quello dei requisiti minimi: cosa sono i corsi di laurea e rispetto a questo idealtipo, come si rapportano le varie tipologie di corsi di laurea (totalmente online, parzialmente online, affiancati, etc.). Come risolviamo il problema dei requisiti minimi? È il punto centrale.

Come inquadrare questo problema? Non è minimamente chiaro. È chiaro che per le telematiche non è un argomento di interesse, in quanto hanno solo corsi online; ma in quelle strutture che dialogano tra l’interno e l’esterno, tra l’online e il non online, tra il face to face o altro, il problema diventa sostanziale. Giustamente Federici diceva che nelle Università c’è una percentuale alta di “età media”: e questo è vero, indipendentemente dall’e-learning. Abbiamo una presenza di iscritti che, se trovano la possibilità di supporto organico, lo accettano ben volentieri e organizzano in modo diverso lo studio. Il problema è non solo che sono persone con un’età diversa, ma anche con metodo di studio, con interessi e con un rapporto con le discipline differente. Quindi parlare di online significa anche ripensare la didattica, pensare una didattica diversa per esigenze diverse. Questo problema secondo me è centrale: dobbiamo risolvere la questione dei requisiti minimi e capire come identificarli. Tra l’altro negli ultimi due o tre anni il problema è cambiato perché oggi ci sono categorie diverse da quelle che c’erano tre anni fa per definire i corsi di studio, e questo limita moltissimo il campo d’azione sulla questione.

L’altro aspetto che non abbiamo mai affrontato è la questione della valutazione: non abbiamo ancora capito come avere delle modalità di valutazione che permettano di tener conto di modelli di lavoro differenti. Non parlo solo dell’esame a distanza ma della valutazione di un’attività  quotidiana. Io conosco molto meglio i miei studenti a distanza rispetto ai miei studenti in presenza, eppure questo dato non esiste, non è valutato, non esistono dei parametri che lo contemplano. Quindi dobbiamo riprendere, in questa sede, alcuni aspetti normativi e istituzionali che – vanno secondo me – a incidere pesantemente sulla possibilità di dare nuovo slancio in senso sistemico. Secondo me è vero che in questi ultimi tre anni le esperienze di e-learning sono cresciute,  moltissime ne conosco anch’io e questo mi fa molto piacere. Però il problema è che spesso sono cresciute in assenza di creatività istituzionale, normativa, organizzativa. E questo non può dare delle solide gambe al percorso.

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Valentina Comba – CELA – Università degli Studi di Bologna

Io volevo dare un piccolo contributo, ringraziando tra gli oratori soprattutto il prof. Colorni che, parlando di questioni in termini molto vivaci, incontra la mia esperienza all’interno del centro e-learning dell’Università di Bologna. Si tratta di un’esperienza soprattutto gestionale. Per supportare il Presidente nella sua osservazione riguardo la presenza di centri e-learning all’interno del territorio nazionale, io volevo portare questa piccola informazione che riguarda l’Osservatorio sull’evoluzione dell’organizzazione a supporto dell’e-learning, nato all’interno del Coimbra Group, che è l’associazione europea delle Università più antiche d’Europa. Nella task force sull’e-learning che si è tenuta alla fine di novembre a Poitiers, il presidente, il prof. Van Pettegen dell’Università di Louvain, ha riscontrato che la tematica della crescita dei centri e-learning nelle Università europee è di grande interesse e ha sollecitato i partecipanti a muoversi in questa direzione, tant’è che ha apertamente invitato le Università che hanno un centro e-learning a promuovere delle occasioni di incontro sugli aspetti organizzativi e sulle difficoltà che si incontrano.  Tenevo a dirvi questo perché noi dobbiamo sicuramente fare una riflessione molto seria sul fatto che il modello economico dei centri e-learning nelle Università tradizionali è di sicuro, se non diverso, per certi aspetti opposto a quello delle Università a distanza. Allora a me pare di dover osservare che nei paesi dove le Università a distanza sono una realtà forte, consolidata e efficiente, le Università tradizionali fanno più fatica a posizionarsi organizzativamente su questo tipo di offerta formativa; invece,  nei Paesi – cito la Spagna, la Germania e l’Italia in particolare – dove c’è un’ offerta che riguarda soltanto certe aree della popolazione, le Università sono più portate a organizzarsi in questo senso. L’osservazione che faccio è marginale, soprattutto in merito al fatto che è difficile oggi definire un modello economico dell’offerta formativa e-learning, sia di tipo blendedche completamente distance learning all’interno di un’Università tradizionale. È una difficoltà che scontiamo anche noi a Bologna, ed è una difficoltà che sarà sempre più consistente, se i principi proposti dal Charter dell’EUA non verranno accolti anche nel nostro Paese.

Inoltre, volevo toccare altri due punti che sono molto a margine e molto pratici riguardo a quanto detto fino adesso. Volevo dire a Raffaella Bombi che all’Università di Bologna, abbiamo un nostro database dell’offerta didattica che nasce dalla fusione di diversi database e, in questo ambito, abbiamo recentemente perfezionato un tag che riguarda i singoli insegnamenti, che indica se sono in blended learning o in full distance learning e che precisa il numero di ore, in termini di CFU, che si prevedono sostitutive della didattica frontale in aula. Questo strumento ci è utile nella ricognizione degli insegnamenti in blended learning sparsi “a macchia di leopardo” sia nelle triennali che nelle magistrali, oltre che nei Master e nei Corsi di Alta Formazione. Mi dichiaro dunque disponibile con la SIe-L, se si desidera approfondire questa tematica della banca dati, a condividere l’esperienza che stiamo facendo.

L’ultimo punto – e mi scuso se non l’ho preannunciato, formalmente e informalmente, al Presidente e al Direttivo. Vorrei tornare su una proposta: chiederei se la SIe-L, in questa sede della CRUI, non ritenga di proporre alle Università un gruppo di lavoro nazionale  basato sulla nostra riflessione all’Università di Bologna circa l’inadeguatezza del questionario di Almalaurea per la valutazione dei corsi  che di fato viene utilizzato anche per la valutazione dei corsi in blended e full distance learning. Dal momento che tutte le Università che hanno dei corsi e-learning hanno comunque deciso autonomamente rivalutarli – diciamo così – in vivo, focalizzandosi soprattutto sulla soddisfazione da parte degli studenti che hanno seguito il corso, volevo proporre di formare un gruppo di lavoro per la proposta nazionale di un questionario da adottare nei corsi e-learning e da Almalaurea. Noi abbiamo fatto un piccolo studio sul questionario esistente per i corsi in didattica convenzionale e siamo giunti alla conclusione, proprio insieme al prof. Cammelli, che non è integrabile con gli elementi che riguardano l’e-learning: è necessario un nuovo questionario. A tale proposito mettiamo a disposizione la nostra esperienza e saremmo lieti se si formasse un gruppo di lavoro su questo argomento.

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Giovanni Adorni – Università degli Studi di Genova

Vorrei rifarmi ai discorsi di Rossi, che ha toccato dei punti centrali e che soprattutto nel nuovo regime D.M. 270 pongono dei grossi vincoli e non favoriscono certo lo sviluppo di percorsi e-learning. Su questo occorrerà fare una riflessione. Però vorrei raccogliere anche la provocazione di Federici sulle quattro connection: vorrei portare l’esperienza del consorzio EPICT. EPICT è un percorso di formazione dei formatori, è un percorso rivolto a insegnanti che, conoscendo un po’ le tecnologie, devono imparare a usarle a fini pedagogici con i bambini e con i ragazzi. Il consorzio EPICT è un consorzio europeo che è attivo in Italia e che ha erogato e sta erogando numerosi corsi. In Italia ha già diplomato, con percorsi universitari, circa 400 persone in modalità e-learning, e siamo a circa 75000 in tutto il mondo, perché il consorzio opera con un polo in Australia, stiamo entrando in Cina, in India e c’è un polo attivo in Sri Lanka. Da questa esperienza, dal momento che EPICT in Italia viene erogato come un percorso universitario, nascono un po’ problemi: ci siamo scontrati con una serie di limiti dovuti ai regolamenti di ateneo; in particolare, io opero nell’ateneo di Genova ma, leggendo altri regolamenti analoghi, si può notare che sono un po’ “stretti” per i corsi di life long learning: il fatto di essere vincolati all’anno accademico – ne abbiamo parlato con i colleghi anche prima e a Trento, in occasione di Didamatica, la scorsa settimana – o di essere vincolati alla partenza di un percorso [in un determinato periodo dell'anno], o di essere vincolati al fatto che il percorso in questione deve essere erogato in modalità “uno per anno” può essere, nel campo del life long learning, particolarmente restrittivo. Quindi, la mia è una proposta di riflessione su argomenti di questo tipo; e vorrei aggiungere anche una proposta ricalcando le parole di Valentina Comba, ossia aprire un tavolo di discussione nazionale per comprendere quali sono i vincoli e i limiti che i regolamenti degli atenei pongono alla diffusione dei percorsi L4 per studiare insieme delle soluzioni che possano essere poi adottate e che possano andar bene per tutti.

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Andrea Perali – Università degli Studi di Camerino

Vorrei in parte segnalare le nostre esperienze e le nostre problematiche attuali. Noi abbiamo riscontrato un notevole interesse verso i nostri corsi di laurea, che vengono erogati interamente online, dalla Facoltà di Farmacia e di Giurisprudenza, da parte di studenti-lavoratori di età media sicuramente uguale o superiore alla media di 32 anni cui si accennava prima. Devo dire – forse un po’ in controtendenza – che la maggioranza degli iscritti ai corsi e-learning è proprio nelle lauree triennali, per scelta politica della nostra Università, e non nei corsi tipo Master, che vengono erogati più in forma blended, fatta eccezione per le collaborazioni che abbiamo con le Università di Macerata, Molise e Udine.

C’è un problema però di tipo economico: per gli aspetti di spese “vive” inerenti la realizzazione di questi Corsi di Laurea abbiamo una completa sostenibilità dei costi, grazie alle iscrizioni di questi anni. E così, l’Università, in termini di denaro vivo sul suo budget, nel giro di tre – cinque anni, vede rientrare tutto l’investimento effettuato anche grazie all’imposizione di una sovrattassa – decisamente bassa nel panorama italiano – per gli iscritti ai corsi e-learning. Lo scoglio che ci impedisce di completare il “triangolo” presentato dal prof. Colorni è il versante dell’attività di community collaborative. Mi spiego: i nostri corsi in e-learning non hanno dei veri docenti dedicati che possano dare supporto online a studenti-lavoratori che non frequentano la sede dell’Università di Camerino; quindi, purtroppo, non abbiamo dei forum molto attivi, delle sessioni chat molto vive. Queste occasioni sono ancora troppo rare, e vorremmo davvero migliorarle per cercare di completare il triangolo che porta all’optimum dell’e-learning. Purtroppo tutti i nostri docenti sono già oberati di lavoro: non abbiamo CFU liberi di docenza da poter erogare durante questi corsi; quindi è evidente che senza un intervento ministeriale sul FFO per incentivare le pratiche dell’e-learning, noi ci troviamo veramente bloccati e non riusciamo a fare ulteriori passi avanti perché siamo in grado di coprire i costi tecnologici ma poi il problema si ripresenta sul carico di lavoro dei docenti. Ai docenti offriamo un piccolo incentivo economico, ma essi sono già oberati per gestire la didattica in presenza; e non abbiamo, almeno nella nostra esperienza, possibilità di convincerli a lavorare ulteriormente per dare supporto all’ulteriore corso in e-learning. I corsi in presenza e a distanza, infatti, vanno in parallelo: nei tre corsi di laurea attivati, gli stessi docenti lavorano in entrambe le modalità di erogazione dei corsi. E’ questa la ragione per cui, senza un ulteriore intervento economico e normativo che ci aiuti in questa direzione, vediamo la strada di fronte a noi bloccata e non riusciamo a prevedere ulteriori passi in avanti.

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Susanna Sancassani – Centro METID Politecnico di Milano

Volevo riallacciarmi all’intervento del prof. Federici: io non ho partecipato al convegno che lui ha citato ma, in effetti, sulla base della partecipazione ad altri convegni e gruppi di lavoro internazionali, la nostra impressione è che il tema della formazione continua in Europa sia ormai visto dalle Università come un tema forte e realistico per il loro sviluppo futuro, soprattutto dal punto di vista della sostenibilità economica. E le cose a me sembrano andare molto più velocemente – almeno con gli interlocutori che noi abbiamo in Germania, in Belgio, in Svezia o in Gran Bretagna ancora di più – nello sviluppo della formazione continua come fonte di sostentamento economico dell’Università. In questo spazio della formazione continua, sicuramente l’e-learning ha un ruolo importante. Noi come METID da anni lavoriamo con le aziende, perché quando si parla di formazione continua gli interlocutori non sono solo gli individui ma, spesso e meglio, le aziende: per questo motivo, volevo portarvi la nostra esperienza di rapporto con le aziende: quali sono i nostri problemi nel far crescere l’impiego dell’e-learning nella formazione continua con le aziende?

Il primo può sembrare banalissimo, ma vorrei portarlo all’attenzione della SIe-L, anche in virtù dell’ipotesi della federazione di centri per l’e-learning cui faceva riferimento il prof. Federici. Il primo problema è l’immagine dell’e-learning: nelle aziende, che siano piccole, medie, grandi o multinazionali, la nostra esperienza è che l’e-learning ha un’immagine pessima. È considerato formazione di bassa qualità, poco efficace, sgradevole per chi la fruisce; un ripiego, che in alcuni casi è l’unica via possibile perché le condizioni di numerosità dell’utenza, o di ripetitività della formazione impongono quest’unica possibilità. Quindi, visto che abbiamo questa occasione importante dell’anno della creatività e dell’innovazione sarebbe bello per un organismo come la SIe-L riuscire a lanciare qualche iniziativa che rilanci l’immagine dell’e-learning, anche semplicemente  da un punto di vista di gradevolezza, di efficacia reale, di strumenti che possano far crescere e sviluppare la relazione nei contesti didattici a distanza.

L’altro elemento con il quale ci scontriamo quotidianamente è la questione del contesto normativo. Nella dichiarazione presentata dal prof. Federici si fa riferimento alla necessità di lavorare sui legal environments. In effetti, la formazione professionale è nella competenza quasi completa delle Regioni; in alcuni casi, è anche rilevante la competenza provinciale. Esiste una grandissima difformità nel modo in cui l’e-learning è vista nelle varie Regioni: Il METID si trova attualmente a promuovere un progetto importante per la formazione in apprendistato dei metalmeccanici, che ormai ha  un centinaio di aziende che ne fruiscono. Il progetto è stato finanziato dal Ministero del Lavoro, con una partecipazione importante delle parti sociali e del mondo dei metalmeccanici. Bene, facciamo fatica a sostenere il servizio perché a questo punto si vorrebbe renderlo perfettamente fruibile dalle aziende anche dal punto di vista della certificazione, vincolata in modo normativo; ma è estremamente difficile trovare delle modalità omogenee non dico su tutto il territorio nazionale ma almeno tra le regioni che sembrano raccogliere più aziende partecipanti.

Quindi la mia proposta è vedere se esiste spazio, nell’attività della SIe-L o dei gruppi di lavoro, per lanciare questi due temi importanti: il rapporto dell’e-learning con la legislazione, in particolare regionale, legata alla formazione continua, e l’immagine dell’e-learning come fattore di creatività e innovazione e non come ripiego formativo da utilizzare quando non ci siano altre possibilità.

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Giulio Lughi – Università degli Studi di Torino

Mi riallaccio all’intervento precedente, perché uno dei problemi è proprio questa distanza che rischia di crearsi tra life long learning ed e-learning. Il life long learning è una palla lunga lanciata in avanti che rischia di lasciare indietro molte iniziative che ancora non sono riuscite a concretizzarsi sul piano dell’e-learning. Sono d’accordo sul fatto che è un tema che tocca da vicino la riorganizzazione complessiva dell’Università e la sua presenza sul territorio. A questo proposito, l’esperienza dell’Università di Torino è una soluzione molto integrata, cioè una soluzione che sta tentando di costruire una multipiattaforma, innestata all’interno del sistema informativo dell’Università di Torino – quindi connessa con tutte le problematiche di S3, di registrazione degli studenti, di piani di studio -  e che contemporaneamente ha aperto una sessione di dialogo con una realtà, tra l’altro socia di SIe-L, che è il CSI Piemonte, che è il consorzio di Università, Politecnico, tutti gli Enti Locali piemontesi, molti Comuni e la Sanità. Questo consorzio, che è un consorzio informatico e ha un’attività più che decennale su questo tema, ha una tradizione molto lunga di formazione interna ed esterna. Il tentativo in corso è quello  di saldare questa realtà – Università, Politecnico, CSI Piemonte, realtà locali del territorio – affrontando tutte le problematiche enormi di interoperabilità a livello di formati, di protocolli, di permission, di accessi, etc. Ovviamente, uno dei problemi è anche quello del web 2.0: nel momento in cui abbiamo a che fare con contenuti che non sono di provenienza strutturata, c’è il problema di riconoscerli, certificarli, strutturarli e renderli a loro volta riusabili. Tra l’altro su questi argomenti, abbiamo anche un PRIN in corso perché è un problema di natura teorica, ma non solo: è un problema organizzativo, un problema politico.

Concludo dicendo che il life long learning apre uno scenario a largo raggio, strategico, su cui mi sembra giusto che l’e-learning, come problema tattico, localizzato, operativo, legato alla didattica, si sintonizzi senza perdere il passo.

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Domenico Barricelli – ISFOL

Seguo dalla sua nascita il Progetto Formazione Continua, quindi ringrazio la collega Sancassani del Politecnico di Milano perché mi offre la possibilità di allacciarmi e di parlare di una grossa opportunità per le Università; opportunità legata all’e-learning ma anche al concetto più ampio di life long learning e di formazione continua.

C’è un grande bisogno delle Università a sostegno della formazione degli adulti; Federici ne ha parlato anche con il termine di formazione superiore: da questo punto di vista, quello che posso dire sulla base dei rapporti che facciamo annualmente sugli investimenti formativi nel nostro Paese, sulla base dei benchmarking europei e anche attraverso le analisi che facciamo attraverso la CVTS, sappiamo che gli investimenti per la formazione degli adulti occupati nel nostro paese sono molto bassi. Anche se nel nostro Paese arriviamo al 32% della formazione degli adulti lavoratori, l’Europa ha una media doppia rispetto alla nostra, anche nelle imprese. Cosa significa?

Abbiamo lavorato come istituto sui temi che sono stati sin qui citati: il riconoscimento dei crediti, gli standard. In più, con il Progetto Formazione Continua, abbiamo avviato una considerazione molto importante: le Università, secondo le nostre ipotesi, irrompono come nuovo soggetto in questo campo: un soggetto importante, che può sostenere lo sviluppo dei nostri sistemi produttivi, proprio perché ce n’è un enorme bisogno. Sui 24 milioni di adulti occupati che abbiamo disponibili solo un quarto ogni anno va in formazione; gli adulti impegnano massimo due-tre giornate all’anno in formazione. Cosa voglio dire?

Stiamo lavorando attualmente – e qui va citato anche il lavoro ultimo del convegno a Benevento, fatto per la costituzione di Centri per l’Apprendimento Permanente – ma anche in passato su questi temi e abbiamo analizzato alcuni casi tra le Università, come il Politecnico di Torino e consorzi di Università pubbliche e privati, che hanno intravisto questa grande prospettiva. Attualmente stiamo lavorando per creare una rete molto vasta nel Mezzogiorno, utilizzando l’esperienza del Centro Nord attraverso il trasferimento di buone pratiche, perché anche nel Mezzogiorno ci sono segnali importanti evidenziati da alcuni atenei che hanno già formato i Centri per l’Apprendimento Permanente.

Secondo noi, è importante legare il tema dell’e-learning a questo scenario e dentro queste prospettive e quindi creare sistema da questo punto di vista; il mio è un auspicio è proprio quello di una proficua integrazione.

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Fabio Roncaglia – Università degli Studi della Tuscia (Viterbo)

Volevo dare soltanto un contributo molto rapido con una considerazione che non è tanto originale, ma mi pare sia tornata in diversi interventi che è quella della frattura, nelle nostre realtà, tra le attività che svolgiamo nel campo dell’e-learning e la didattica tradizionale che viene svolta nell’ambito delle nostre Università. Ora, questa frattura ha tante cause ma è una frattura che noi paghiamo moltissimo. La paghiamo in termini di visibilità e riconoscimento del nostro lavoro, ma credo che la paghiamo anche in termini di qualità del nostro lavoro, perché riusciamo a utilizzare soltanto una parte delle risorse e delle competenze che ci sono nei nostri luoghi di lavoro e che si potrebbero utilizzare.

Allora credo che, tra le priorità che dobbiamo darci, una priorità abbastanza forte sia quella di lavorare su questa frattura e cercare di ridurla. Mi pare che un aspetto specifico, su cui si potrebbe cercare di lavorare di più, è il riuso online della didattica tradizionale. Si tratta di un campo di lavoro molto legato all’e-learning, ma che ha meno a che fare con le attività tradizionali, formali, di e-learning e quindi a cui è stata dedicata minore attenzione. Il campo a cui mi riferisco è quello dell’open courseware, su cui, a livello internazionale, c’è ormai una fortissima attenzione. L’obiettivo dell’open courseware sarebbe proprio quello di recuperare e riutilizzare – naturalmente con gli adattamenti opportuni – una parte abbastanza cospicua della didattica tradizionale per permetterne il riuso aperto online. Mi sembra che lavorare su questo campo sia una delle nostre priorità e, per farlo bene, ritengo che ci sia bisogno di un forte coordinamento: coordinamento nelle pratiche, coordinamento nei formati con cui rendere disponibili questi materiali; online ci sono già delle esperienze abbastanza interessanti: Federica della Federico II di Napoli è un’esperienza molto interessante di riuso della didattica tradizionale, è mettere a disposizione online la didattica tradizionale.

In questo campo c’è un altro aspetto che è molto importante che è quello del rapporto tra chi si occupa di e-learning e chi si occupa, in ambito di ateneo, di documentazione e di gestione della documentazione online, perché sono due campi che devono lavorare in qualche modo in collaborazione e questo emerge molto chiaramente nell’ambito dell’open courseware. Tra l’altro c’è anche la commissione open acces della CRUI qui che lavora proprio sulle tematiche dell’accesso aperto ai contenuti: quindi su questo settore sarebbe auspicabile una collaborazione diretta per cercare di ridurre la frattura tra attività tradizionali di formazione in presenza e formazione a distanza.

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Tommaso Minerva – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Desidero fare riferimento ai temi primari che aveva posto il presidente Simone, e quindi tornare a ragionare di politica – potere – soldi.

Però, prima di fare questo, volevo fare due brevi appunti.

Il tema della qualità e della serietà dell’e-learning è un tema centrale: negli ultimi tempi e negli ultimi anni la comunità italiana dell’e-learning ha perso molti vagoni proprio perché di buone pratiche se ne sono viste molto poche, sono state molto rare; si sono viste molte pratiche arraffone; cercare di rimettere sulla buona strada questo carro è difficile, però è un nostro compito ed è l’obiettivo che ci dobbiamo porre.

Sulla normativa vi offro delle riflessioni a macchia di leopardo; prima di tutto, non è vero che non sia chiara: è molto chiara su cosa implica e quali siano i requisiti per una Università attivare dei percorsi in formazione a distanza, in teledidattica, come vengono stranamente definiti. Spero e mi auspico che implicazioni e requisiti siano pari e altrettanto chiari anche per le cosiddette Università telematiche. Quello che è certamente vero è che la normativa impone delle scelte: impone il fatto che le Università decidano, scelgano di non seguire delle logiche tradizionali ma di investire oppure no in  innovazione. Questa è il punto serio; il Ministero, in verità, ci indica quali sono i passi e le procedure che dobbiamo attuare per accreditare o almeno per attivare i nostri corsi online o in formazione a distanza.

L’altro tema era quella della frattura tra didattica tradizionale/didattica telematica: beh, forse il nostro, il mio Ateneo, è un esempio fin troppo facile, ma è un esempio: nell’Università di Modena e Reggio Emilia, il “fratello piccolo” in un qualche modo influenza tutto l’ateneo. Io personalmente ero il direttore del centro e-learning (e lo sono ancora), ma da sei mesi sono anche il delegato alla didattica dell’Ateneo. Questo è un riconoscimento dell’ateneo molto forte, un segno che si intende continuare a investire nella direzione dell’innovazione.

Perché questo? Politica – soldi – potere.

Soldi: molti di voi hanno evidenziato che ci sarebbe bisogno di investire sull’e-learning. Bene, dal mio punto di vista c’è più bisogno di investire, giustamente, sul piano normativo: abbiamo bisogno di regole chiare. I soldi sono la cosa che mi preoccupa meno, nel senso che se ci sono regole chiare di comportamento e di accreditamento, i soldi sono l’ultimo problema. Le risorse finanziarie, la possibilità di finanziare corsi e iniziative di qualità, sono assolutamente alla portata del nostro sistema nazionale sotto tutti i punti di vista, dalla formazione tradizionale in Università, alla formazione lungo tutto l’arco della vita, alla formazione aziendale. Le risorse ci sono; sono altissime, sono molto più alte della domanda: basta mettersi nelle condizioni di raccoglierle e di metterle a frutto in un percorso di elevata qualità. Basterebbe poter essere messi nelle condizioni regolamentari e normative di poter agire ad armi pari con altri sistemi imprenditoriali e con logiche imprenditoriali. Ma anche se potessimo utilizzare armi un pochino spuntate, le risorse sono talmente tante che basta mettersi lì, fare un piano di contesto e lavorare. Il guaio è che non abbiamo alcuna arma, alcuno strumento!

Potere e politica. L’e-learning – applico questa etichetta in maniera molto impropria – può avere incidenza all’interno delle scelte decisionali dell’Università? Può sganciarsi dalla “riserva indiana”? Può diventare uno dei luoghi che guidano le scelte degli atenei o le scelte dei sistemi formativi?

Può farlo: primo, dimostrando che non va a chiedere soldi a nessuno, anzi dimostrando che ne può portare. Questo, politicamente, è un atto abbastanza interessante; se la posizione dell’e-learning in ateneo è: “Non datemi soldi: ne porto. Datemi solo l’opportunità”, troverete i rettori che vi abbracciano, vi baciano, soprattutto in questo periodo di crisi; se poi gliene portate per davvero, beh, allora si cominciano ad attivare dei ragionamenti, si comincia a stimolare e alimentare il pensiero che l’e-learning, oltre che non essere dannoso e inutile, forse può essere utile, e si potrebbe arrivare a un certo punto in cui si può dimostrare che l’e-learning è necessario per mantenere elevata la qualità e i processi innovativi. Quando si arriva a dimostrare che è necessario, il gioco è fatto.

Se come Società (SI-el), come organizzazione, riusciamo a trasferire questo processo sul livello politico nazionale allora potrebbe avvenire qualcosa di analogo. Noi dovremmo avere la forza e la capacità per dimostrare che il sistema dell’e-learning, sempre per usare la stessa etichetta, non richiede risorse al sistema-Paese; che, anzi, può mettere in moto delle risorse: può essere un sistema che crea un valore aggiunto e che potrebbe diventare necessario per l’innovazione tout court del Paese. Ecco, se riuscissimo a fare questo salto, cominceremmo davvero a poter interloquire su un piano di autorevolezza con i decisori, con la capacità di condizionare o almeno di poter mettere qualche puntino su qualche i.

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Anna Maria Tammaro – Università degli Studi di Parma

Vi parlerò di due esperienze: una come delegata del rettore per l’e-learning da qualche mese dell’Università di Parma, e l’altra come coordinatore di un gruppo di studio sull’e-learning all’interno di un’associazione internazionale che si chiama IFLA ed è un’associazione di biblioteche. Come delegata del Rettore, una volta che ho cominciato a rendermi conto della situazione, ho capito chiaramente che, malgrado Parma sia stata una delle prime Università ad associarsi a NETTUNO e ad aprire un centro che supporta la ricerca sull’e-learning, l’e-learning non è strategico. Come ho sentito dalle altre esperienze, si punta molto sugli adulti, sulla formazione continua e il life long learning. Questo però significa che nel frattempo i corsi di base, la triennale e la specialistica si sono arrangiati un po’ da soli: si trova qualcosa sui siti dei dipartimenti, ci sono moltissime duplicazioni, molto spreco di risorse. Quindi, in questi primi mesi, ho cercato di utilizzare le risorse del centro e-learning per dare un servizio di supporto soprattutto a questi corsi istituzionali. Inoltre, le università puntano molto sugli adulti per l’elearning, e questo implica una didattica diversa, che richiede anche degli incentivi perché i docenti si devono impegnare. Infine, occorre tener presente che stanno per arrivare i digital native all’Università, e questo porterà poi dei grossi cambiamenti nell’apprendimento. Ho l’esperienza diretta di un figlio di questa generazione  e devo dire c’è una frattura tra quello che i ragazzi imparano adesso nel liceo e quello che imparano tra di loro con le tecnologie. Quindi propongo che si pensi al life long learning come la digitalizzazione dell’Università.

Insieme alla tecnologia, ci deve essere il cambiamento nell’organizzazione, con l’integrazione di tanti servizi ora separati. Devo dire che ora trovo difficoltà con gli amministrativi, con chi gestisce i siti web, e con le stesse biblioteche. Il punto è che, da un ambiente che ripropone l’organizzazione – direi la frammentazione – dell’Università, secondo me l’e-learning dovrebbe essere la chiave per arrivare a un ambiente che focalizza gli utenti e offre un portone principale per accedere a percorsi didattici, materiali, servizi personalizzati ed interattivi. Inoltre, c’è una discussione sulla didattica, per un chiarimento con i miei colleghi: infatti, oltre ai soliti luoghi comuni per cui l’e-learning è una didattica di serie B – mentre invece chi la fa sa benissimo che c’è molto più impegno e molta più qualità – mi scontro con una concezione della didattica che è quella tradizionale, è la lezione accademica in presenza.

C’è quindi bisogno di razionalizzare quello che è stato fatto sinora dall’Università – che è tutto frammentato – e di integrarlo e valorizzarlo. Tutto sommato, questo, secondo me, significa anche risparmio di soldi; non dovrebbe significare risorse in più. Però il vero problema è farsi capire e comunicare; e in questo, penso, che la SIe-L potrebbe essere utile, con linee guida, o anche solo col promuovere il dibattito a livello nazionale.

L’altro argomento da focalizzare è l’internazionalizzazione, vista come strategia per il miglioramento della qualità, come stimolo per il benchmarking e come mezzo del riconoscimento dei titoli universitari. Io, in particolare, ho fatto l’esperienza di corsi insieme ad altre Università inglesi, norvegesi ed estoni e considero l’internazionalizzazione trainante del cambiamento di organizzazione delineato sopra. L’internazionalizzazione dovrebbe essere un focus di SIe-L. Quello che è emerso dalla discussione in IFLA a livello internazionale è stato addirittura un altro modello di Università. Vi cito come esempio un consorzio americano WISE che raccoglie i corsi e-learning delle Università americane, si occupa della promozione, offre un’infrastruttura, assicura un’attività di segreteria interfacciandosi con le Università consorziate. La cosa interessante è che questo consorzio commercializza a livello internazionale; e l’altro elemento – per questo parlo di un nuovo modello di Università – è che si stanno creando dei centri di competenza, dove la qualità non è intesa come un requisito minimo ma come eccellenza, nel senso che per certe discipline c’è un’Università che fa da capofila e il consorzio permette alle altre Università consorziate di utilizzare quei corsi anche con il supporto di un docente interno. Ecco, questo è un modello diverso di Università,  mi pare tutta un’altra ottica.

Apprezzo molto l’idea che è stata presentata di creare un database: questo già sarebbe un primo passo, tanto per cominciare, verso questa sinergia tra le Università italiane.

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Luigi Colazzo – Università degli Studi di Trento

Intervengo come portavoce della mia Università, perché in questo momento nella mia Università non esiste un delegato per l’e-learning. Nell’Università di Trento all’inizio la linea scelta è stata quella di creare un centro per la didattica online che avesse il compito di favorire la creazione di materiali e di corsi in modalità e-learning. Questa strategia si è rivelata non sostenibile per questioni di costo e il risultato è stato una frammentazione delle esperienze. Oggi, per esempio, nella mia Università l’elemento comune è che tutti fanno e-learning in maniera blended. Ciò vuol dire che una parte consistente dei docenti ha un qualche modo/strumento di dialogo sulla rete con i propri studenti. Ma le esperienze, dal punto di vista delle piattaforme, dal punto di vista del rapporto con il sistema informativo dell’Università e dal punto di vista dei modi di concepire questo tipo di intervento, sono molto diverse. Alcuni esempi: abbiamo diverse facoltà che utilizzano Moodle in versioni più o meno modificate; un certo numero di docenti, sparpagliati nelle varie facoltà, che utilizza una piattaforma di ateneo chiamata “Didattica online”, strettamente connessa a S3, che purtroppo però non incontra il  favore degli studenti perché troppo formale. Poi esiste un’esperienza nella Facoltà di Economia, basata su sistemi di comunità virtuale di apprendimento, che va abbastanza bene dal punto di vista degli studenti. Il problema è come e quanto si usano questi strumenti: molti docenti li usano a un livello minimale, distribuiscono del materiale, tipicamente le slide power point. Altri docenti invece li usano sul serio, e questo fa la differenza. Abbiamo dunque una situazione “a macchia di leopardo”.

L’esperienza precedente, tentare di fornire ai docenti un supporto perché sviluppassero i loro corsi in modalità e-learning, si è rivelata costosissima; e, se ci pensate, è anche ovvio: se il docente non è in grado di curare i suoi materiali personalmente e ha bisogno di uno staff redazionale, il costo di questa operazione non è sostenibile dall’Università. Una buona casa editrice pubblicherà 100 titoli l’anno; ma un’Università, anche un’Università piccola o media, produce decine di migliaia di corsi: un po’ di aritmetica ci fa capire che non si può fare.

Adesso tiro via il cappello da portavoce della mia Università e volevo dire qualcosa sulle cose che dice Minerva. Mi sembrano dei discorsi molto belli, ma ho qualche dubbio sul fatto che dimostrare di essere in grado di portare quattrini attraverso le attività di e-learning nelle Università italiane produca necessariamente uno sfondamento della linea di resistenza attuale. Spesso le Università hanno altre logiche: potete portare quanti quattrini volete, ma la sostanza non cambia.

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Ugo Biader Ceipidor – CATTID – Università degli Studi di Roma “la Sapienza”

Io ho aspettato ad iscrivermi perché volevo vedere se veniva fuori quello che secondo me è un problema: un problema critico che dovremmo affrontare.

Facciamo una riflessione: quando parliamo di un corso normale, di un corso tradizionale, tutti quanti sappiamo benissimo come si fa e quanto costa, tant’è che quando progettiamo un master siamo bravissimi a organizzare il corso, usando una “metrica” definita che consiste nelle ore di lezione o eventualmente di laboratorio; sappiamo quanto costa un docente, un tutor – normalmente molto poco perché facciamo opera di sfruttamento. Questo va benissimo quando parliamo di corsi frontali, di corsi che conosciamo. Noi però lamentiamo che gli atenei, quando parliamo di e-learning, nicchiano, e il Ministero nicchia ancora di più. E ci credo, vorrei dire con una perifrasi! Sono cose che non sono facilmente comprensibili. Nemmeno a noi, figuriamoci a loro.

Un corso di e-learning come si fa? Un corso di e-learning quanto costa? Qual è la “metrica” per un corso di e-learning? Io credo che se non cerchiamo in qualche maniera di dare una risposta a queste domande non andiamo da nessuna parte; rimaniamo un pochino avvitati su noi stessi a parlare di aspetti molto tecnici e molto scientifici. Voi immaginate un Consiglio di Amministrazione o un Senato Accademico che deve decidere se attivare o non attivare un corso: questa è una cosa all’ordine del giorno e tutti i presenti sanno di cosa parlano quando parlano di corsi frontali. Sanno quanti contratti devono fare, sanno se i contratti sono magari gratuiti ma sono comunque contratti. Quando noi invece parliamo di e-learning, ne parliamo su base volontaristica. Il collega di Camerino ha già lamentato che lo sforzo che viene richiesto ai docenti, senza neppure un contratto di insegnamento e-learning a titolo gratuito, cosa  che potrebbe essere già di per sé motivante, perché ognuno di noi fa carriera con la ricerca ma anche un po’ con la didattica.

Allora, secondo me, questi sono anche un po’ i problemi che dovremmo affrontare, perché ho sentito dire, e qualcuno lo ha ribadito, che quando si fanno i corsi e-learning si pone una sovrattassa, come fa anche NETTUNO. Questo è una cosa contro natura, come il Telepass. Le Open University inglesi e spagnole offrono un servizio e-learning che costa meno di quello attuale e noi dobbiamo cercare di capire come arrivare a questo punto.  Non possiamo andare avanti con i pionieri dell’e-learning nell’Università che lo fanno a spese degli studenti. Non va bene.

Per dare una risposta a questi interrogativi io credo che la nostra Società, la SIe-L abbia in questo momento la possibilità e forse il dovere di dare un contributo a livello nazionale. Dovrebbe mettere in piedi rapidamente un gruppo di lavoro che in tempi  molto brevi identifichi tre o quattro modelli di e-learning, perché intanto quando si parla di insegnamento frontale il modello è quasi unico, quando si parla di e-learning il modello non è unico, però ne possiamo scegliere alcuni di riferimento e lasciar perdere gli altri almeno in prima approssimazione. La pratica e il business vogliono questo: una semplificazione forse eccessiva, ma necessaria. Dobbiamo quindi scegliere questi modelli e identificare quelli che potrebbero essere dei costi standard. Io ricordo che qualche anno fa – forse ne sono passati troppi, non diciamo quanti -  in un convegno azzardai il costo medio di un learning object, e la mia amica Mirella [Casini Schaerf], che era stata invitata, mi disse: “finalmente qualcuno che parla di soldi!”. Ora, quei soldi me li ero inventati, era una mia stima personale; però non è impossibile arrivare a definire dei costi standard, come non è impossibile sapere che un docente costa tanto l’ora a seconda che tu lo prenda sul mercato o che lo debba pagare come consulente. Se arrivassimo alla scrittura di una specie di manuale operativo di come si fa l’e-learning e quanto costa, e quanti sono i costi standard, e se questo manuale operativo fosse pubblicato rapidamente, potremmo finalmente attirare l’interesse degli atenei, perché i Consigli di Amministrazione e i Senati Accademici saprebbero di che stanno parlando; e a ruota verrebbero anche tutti gli interessi di quegli altri organi finanziari, il MIUR o la Comunità Europea, che finora hanno sempre finanziato, perché chiamati a farlo, solo progetti di ricerca: non erano mai dei progetti veri e propri, dei progetti di business. Allora, io credo che, come SIe-L, oggi, noi abbiamo l’opportunità e – lasciatemi dire con una punta di orgoglio – anche il dovere di mettere in piedi una cosa di questo genere.

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Madel Crasta – Consorzio BAICR Sistema Cultura

Io rappresento il consorzio BAICR Sistema Cultura, che è un’agenzia formativa riconosciuta dal Ministero. Lavoriamo dal 1996 con la Scuola IaD,  e ci facciamo portavoce nei confronti dell’Università di una notevole preoccupazione per l’immagine dell’e-learning nel mondo che ci circonda. In questo senso sono molto d’accordo con l’intervento della collega del Politecnico di Milano, probabilmente perché anche noi lavoriamo molto al di fuori dell’Università.

Quando si lavora molto con Università, ordini professionali, altri soggetti di diverso tipo, si viene in contatto costantemente con il pesante discredito di cui gode purtroppo l’e-learning in Italia.  Non che non sia giustificato: sappiamo bene che molte pratiche a dir poco disinvolte hanno creato questa immagine. Però, purtroppo, le cose sono peggiorate negli ultimi mesi, perché alcuni programmi che godono di una certa credibilità nel pubblico dei telespettatori, da Report al programma di Iacona, insistono fortemente sull’e-learning, in particolare su alcune esperienze, quasi sempre le stesse per la verità, che però trasmettono quest’idea dell’e-learning come mezzo per far soldi. Su questo non ci sarebbe niente di male; sono d’accordo anch’io: le risorse sono fondamentali. Il problema è che è rappresentato come un mezzo per far soldi senza nessuna attenzione alla qualità. Allora, le due cose insieme, naturalmente, creano quest’immagine negativa. Gli stessi docenti universitari che non partecipano all’e-learning – tenete presente che gli istituti culturali con cui noi lavoriamo sono ovviamente fatti da professori universitari – hanno un atteggiamento critico e diffidente e credo che tutti voi ne abbiate esperienza.

Quando sono entrata nel direttivo di SIe-L io ho programmaticamente dichiarato che uno degli obiettivi della SIe-L doveva essere proprio quello di impegnarsi nel fare chiarezza nel diffondere informazioni credibili sull’e-learning. Quando si parla di campagna promozionale nei confronti dell’e-learning, penso che si debba diffondere e intanto praticare, perché non esiste una comunicazione che possa prescindere dalle pratiche: io  non credo ai miracoli della comunicazione astratta – dicevo, diffondere e rendere visibili le buone pratiche. Ma non solo: bisognerebbe anche diffondere nel più largo pubblico elementi di valutazione, far presente che l’e-learning è un’opportunità diffusa in tutto il mondo, non soltanto in Italia.

Sono convinta che la non-esplosione, la crescita lenta dell’e-learning in Italia sia proprio dovuta al fatto che molte delle esperienze sono state negative e che quindi il passaparola, che funziona moltissimo su internet, non sia un passaparola positivo. Quindi io condivido l’idea che la SIe-L si debba impegnare non tanto acquisendo pagine intere di giornali, perché non è alla nostra portata, ma elaborando una strategia di comunicazione coerente che, con diversi mezzi e in diversi modi, come interviste a esperti su tutti i mezzi di comunicazione, compresi i settimanali, per esempio – non quelli specialistici che parlano a noi – e attraverso la diffusione di elementi di valutazione, di buone pratiche, possa far chiarezza. Sono d’accordo con l’ultimo intervento – sui costi dell’e-learning, dei margini che ci possono essere che ci devono essere in tutte le attività, ma anche dei costi della qualità, perché sappiamo che ogni passaggio della qualità ha un costo. Chi privilegia la qualità della formazione evidentemente deve rinunciare a dei margini di profitto, o perlomeno deve valutare attentamente i margini che la qualità gli può consentire.

Chiedo dunque al direttivo della SIe-L di mettere in atto tutte queste attività e di studiare una campagna di questo tipo articolata con mezzi e destinatari diversi, proprio per non distaccarci dal resto del mondo, in quanto l’e-learning per diffondersi ha bisogno di radicarsi.

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Annalisa Buffardi – Federica II – Università degli Studi di Napoli “Federico II”

Giorgio Federici prima diceva che se l’Università non soddisfa l’esigenza di formazione, probabilmente, ci saranno altri soggetti a farlo. Penso che siamo tutti d’accordo nel sostenere che, se l’Università non soddisfa l’esigenza di formazione online, uno dei soggetti che la sostituirà potrà essere il web. Google già oggi soddisfa questa richiesta: milioni di utenti, milioni di studenti, milioni dei nostri studenti pongono domande e ottengono risposte. Risposte giuste, risposte sbagliate, riposte valide, affidabili, autorevoli? Naturalmente qui il dibattito potrebbe essere lungo e complesso e non è il caso di entrarci. E sicuramente – lo sappiamo tutti bene – il web oggi è la prima fonte di conoscenza per gli studenti, per i giovani, attraverso meccanismi che non sempre poi sono quelli migliori: manca l’abitudine alla corretta ricerca in rete.

Ma questo cosa significa? Che è arrivato il momento di un matrimonio vero tra l’Università e il web: un matrimonio e una conoscenza – e questa è la sede migliore per ricordarcelo – che sono già iniziate diversi anni fa, molto spesso in via sperimentale. Però è arrivato il momento per uscire da quel fermento iniziale e per superare quei problemi che a partire dall’intervento di Simone, passando per i diversi relatori, sono emersi come determinati da una molteplicità di fattori. L’eterogeneità sul versante organizzativo è uno di questi problemi; per superarlo si potrebbe per esempio partire da un aumento dei momenti di condivisione – e le proposte in tal senso già sono state fatte. Aggiungo un suggerimento: aumentiamo, con l’aumento di condivisione, anche la condivisione delle nostre piccole pratiche migliori; e più che di pratiche, qui parlo di esperienze.

Vi presento un problema che con Federica abbiamo avuto: abbiamo cercato di portare innovazione tecnologica – e chiamiamola “innovazione” sapendo che in realtà è la quotidianità per i nostri giovani -  nell’Università, istituzionalizzandola. I corsi di Federica sono infatti i corsi istituzionali; i corsi di laurea che gli studenti seguono anche in presenza, perché blended, e ai quali non applichiamo un sovrapprezzo. Abbiamo cercato di farlo con l’intenzione di dare un minimo incentivo – con lo standard di una supplenza – ai docenti, ma ci siamo trovati nell’impossibilità di poterlo fare istituzionalmente. Per un’attività che per noi voleva e doveva essere istituzionale, siamo dovuti ricorrere ad un bando per attività extra istituzionali. Nel secondo anno – Federica è giovanissima, ha solo due anni e attualmente abbiamo 120 corsi online tutti open access – siamo ricorsi al meccanismo dell’incentivazione didattica: abbiamo potuto istituzionalizzare la docenza, però incontrando i problemi dell’incentivazione, ossia il nostro docente e-learning non poteva avere un regime part-time, e se aveva un’altra supplenza in qualche altro ateneo era fuori dal programma. Nella predisposizione delle attività del terzo anno stiamo cercando nuove soluzioni che probabilmente sfoceranno in una modifica del regolamento: so che l’esperienza della Scuola IaD in questo è significativa, proprio perché si è partiti da una istituzionalizzazione. Ecco, mi piacerebbe che queste soluzioni, queste piccole ricette pratiche, fossero condivise, in modo tale da poter cercare le soluzioni a quei piccoli e grandi problemi che sempre incontriamo.

Un secondo aspetto – Colorni prima sottolineava e ricordava che non si fa carriera sulla didattica ma sulla ricerca – un problema che con l’ultimo decreto è ancora più forte è quello del mancato riconoscimento della didattica e-learning, in un momento in cui il problema della didattica e del peso tra didattica e ricerca nelle carriere è molto sentito.

Terza questione. E con questo mi ricollego a Roncaglia. Mi chiedevo se anche da questa sede non possano partire un’azione comune e una riflessione comune sull’open e-learning. Si parlava prima dell’auspicio che l’Italia facesse emergere quello che fa; volendo studiare bene le esperienze internazionali – e tutti noi le conosciamo bene – e scavando fino in fondo, potremmo concludere che non è che poi ci sia chissà quanto sull’open in particolare. Oxford e Cambridge sono andate sulle prime pagine di tutti i giornali perché si sono sfidate a colpi di podcast, eppure la grande innovazione del podcast era limitata in fatto di numeri. Noi di Federica ne produciamo molti di più: tutto il nostro programma è in podcast! Però siamo in Italia: c’è una sorta di pregiudizio per cui, fino a quando le cose non le facciamo emergere in maniera forte, compatta e unita, non emerge nulla, a tutto vantaggio di esperienze più limitate. Lo stesso discorso è valido per il filone dell’open courseware: esperienze ce ne sono tantissime, a partire dal MIT; tuttavia spesso sono esperienze vecchie, spesso si limitano a sillabi online. Quindi io credo che questo tipo di riflessione potrebbe essere, se ben condiviso, un aspetto che potrebbe consentire all’Italia di poter proporre una strada per l’e-learning.

Domanda: quanto costa Federica?

Parlare di costi per l’e-learning è molto difficile perché dipende da una serie di fattori.  Federica ha avuto una grande fortuna in un momento in cui c’è una grande crisi finanziaria all’interno dell’Università: ha avuto 2 finanziamenti europei. È vero che senza finanziamenti non si fa nulla; la differenza è però nella scelta su come utilizzarli. Attualmente abbiamo deciso di realizzare, nel corso del secondo anno di attività 120 insegnamenti; il nostro programma per il prossimi 4 anni è di arrivare a 500 insegnamenti complessivi. Se avessimo voluto prevedere programmi interattivi per tutti gli insegnamenti, che molto spesso sono programmi di base, ogni docente avrebbe dovuto interagire con 400 studenti e più. A quel punto la scelta sarebbe stata quella di erogare 20 insegnamenti, garantirli per 4 anni, remunerare bene il singolo docente che naturalmente avrebbe potuto passare tutto il suo tempo davanti al computer a seguire i suoi studenti; dopodiché però Federica sarebbe fallita. L’idea è stata invece di approfittare di questi due finanziamenti e mettere in cantiere 500 insegnamenti, sperando che in futuro ci siano ulteriori finanziamenti, ma sapendo che potrebbero anche non esserci. La nostra idea è stata quella di iniziare a investire sul riuso, iniziare ad avere quei corsi online. Poi, in tempi di magra che speriamo non ci siano ma potrebbero esserci, il sistema potrà continuare in qualche modo a funzionare da sé. Abbiamo un gruppo di 15 persone, 10 interne e 5 che lavorano su attività più esterne e collaterali. Si tratta sostanzialmente di contratti annui; nell’ultimo anno abbiamo potuto fare contratti quadriennali con i quali siamo riusciti a dare un sostegno ai  giovani collaboratori che lavorano con noi, e in più diamo un contributo sui 3000 euro a ciascun docente.

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Carlo Giovannella – Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Anche io ho aspettato un po’ ad iscrivermi, però mi stimolano molto i discorsi su innovazione, creatività e immagine dell’e-learning, perché sono gli argomenti di cui io da dieci anni mi occupo.

Parto da un’informazione, proprio parlando di iniziative: nella ricerca che abbiamo svolto in questi anni, accompagnata dalla stesura di alcuni progetti, siamo arrivati alla definizione di una sorta di grand challenge, come ora va di moda dire nell’Unione Europea, e questo grand challenge noi l’abbiamo chiamato DULP:design inspired learning ubiquitous computing; la prima parte è ovviamente quella metodologica, di design e metadesign dei processi; la seconda parte è quella più tecnologica di ubiquitous computing, che però si lega strettamente alla parte di community-società, che è liquid learning place, tenendo ben presente – person in place centred design – che l’obiettivo ultimo è sempre la persona, non solo lo studente. Vi dico tutto ciò perché abbiamo preparato per il 14 e il 15 settembre – per fare da satellite al convegno di Salerno – un piccolo workshop di 2 giorni a Roma; è un’iniziativa che ha avuto un buon riscontro dal punto di vista dei commenti internazionali e questo ci incoraggia. Ho dato questa notizia perché volevo sottolineare che, in virtù dello scopo del design e del metadeisgn e data la particolarità dei contesti in cui si deve lavorare, noi ci confrontiamo da sempre con contesti di estrema complessità. Il nostro mestiere in teoria dovrebbe essere quello di rendere semplici tali contesti: il design tutto sommato ha questo obiettivo. Perché dico questo? Innanzi tutto volevo riprendere il problema della valutazione, perché in sistemi complessi la valutazione è complessa; allora va benissimo che si creino le commissioni, va benissimo che si parli di mescolamento o ristrutturazione di questionari: però i questionari sono uno spazio chiuso e allora noi dobbiamo iniziare a leggere le tracce che studenti e docenti lasciano nei loro interventi durante i processi di e-learning. È necessario impostare modalità diverse di valutazione, che guardano alle emergenze. Questo è un input per un’eventuale commissione sulla valutazione.

Questi processi vogliono dire anche, come dicevamo prima, qualità. Io sono perfettamente d’accordo con l’intervento del BAICR, perché quando si parla di costi e dall’altra parte di immagini di qualità bisogna fare molta attenzione. Un conto è se uno ragiona in termini costi/benefici: se parliamo di costi/benefici, allora disegnerò un processo di e-learning molto tradizionale: metto a disposizione materiali, faccio fare dei test… in questi casi si guadagna bene. Quando però andiamo a vedere un po’ più in dettaglio in cosa consistono i processi di qualità, ci rendiamo conto che la qualità aumenta con l’interazione: a questo punto non basta solo pensare a costi/benefici, ma bisogna fare anche un’analisi in termini di costi/qualità. Va benissimo individuare una serie di percorsi possibili di e-learning, ma questo apre un’altra considerazione, sulla formazione delle persone coinvolte: questo è un altro punto su cui noi dobbiamo insistere. Io non credo che servano gli incentivi: gli incentivi servono per il docente di turno, per fargli fare quel corso. Ma se noi non riqualifichiamo i docenti prima di tutto e non creiamo nuove competenze, non andiamo avanti: galleggiamo, possiamo far affari, ma non facciamo innovazione, non produciamo processi creativi. Allora c’è assolutamente bisogno di intraprendere questa strada, cioè quella della riqualificazione e della formazione delle competenze.

E questo mi porta a un altro tema, che ancora non è stato toccato, su cui rifletto da quattro – cinque anni: mi occupo di un master che guarda alla Scuola. Non possiamo pensare soltanto al nostro orto: da noi arrivano studenti dalle scuole superiori, n-gen come si dice; e in virtù di questo, la riqualificazione, parlando di life long learning, vale soprattutto per i docenti. Sulla base della mia esperienza posso dire che c’è un terreno fertile, docenti tra i 30 e 45 anni che magari inizialmente intraprendono dei percorsi solo per guadagnare punteggio; e tuttavia è possibile dare loro nuove competenze, nuove metodologie, che essi sono in grado poi di applicare nella Scuola.

Infine, proprio perché siamo arrivati nella Scuola. La Scuola non ha molti soldi: nella ricerca che abbiamo fatto siamo stati attenti a sviluppare per questi contesti degli ambienti opportuni, che sono stati messi a disposizione delle scuole, open service; quindi non c’è solo l’open content, ma c’è soprattutto l’open service, cioè ambienti progettati come diceva Colorni sulla community: il prodotto LIFE è l’unico prodotto basato sulla community e non sul modulo didattico. Allora io credo che qui ci sia un altro punto importante per la SIe-L: è importante dare una buona immagine alle iniziative italiane, ma anche guardare all’interoperabilità degli ambienti. Questo è un punto fondamentale, perché non c’è solo lo scambio dei contenuti, ma c’è anche lo scambio delle metodologie. Gli ambienti, se sono fatti bene, tengono conto delle metodologie, sono flessibili. Per questo c’è bisogno anche di questo tipo di interoperabilità, e non soltanto di quella dei contenuti.

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Giorgio Federici

Ero ottimista prima di ascoltarvi, e sono ancora più ottimista dopo avervi sentito perché mi pare che ci siano tante idee e tante possibilità. Il problema è che la situazione generale richiede per la SIe-L  una funzione di supplenza. Io non dubito che la macchina del Governo e del Ministero si rimetterà in moto su questi temi, ma ha bisogno ancora di un po’ di tempo. Per me un’azione di supplenza può sostanziarsi nel fatto che, visto che l’ANEE non fa più il rapporto sull’e-Learning, col vostro aiuto, sia la SIe-L a farlo. Noi qui abbiamo De Cristofaro della SSPA, che fa parte del tavolo interistituzionale dell’e-learning. La mia proposta è che la SIe-L  proponga al tavolo interistituzionale dell’e-learning di fare il primo rapporto, del tavolo o della SIe-L, sull’e-learning in Italia e che chieda un finanziamento adeguato per farlo. Allora, io direi, alla prima riunione del tavolo – anche quello ha una funzione di supplenza – prendiamo l’iniziativa: non dubito che se facciamo un buon lavoro la macchina istituzionale del governo lo riconoscerà. C’è bisogno di un’azione di questo tipo, perché altrimenti quella candela che veniva tenuta accesa dall’ ANEE si spegnerà. Potremmo certamente candidarci a fare il rapporto per l’Università, ma la SIe-L non è Università soltanto: ha l’ambizione di essere tutto; perciò, secondo me, dovremmo fare il Primo Rapporto SIe-L.

Credo che il nostro organizzatore [il Presidente] possa organizzare una riunione come questa, di brainstorming  sul futuro dell’e-learning in Università, anche a Salerno.

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Massimo De Cristofaro – Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione SSPA

Una considerazione è che noi, come SSPA, sul monitoraggio possiamo fare forse un pochino di più. La SSPA cura un rapporto sulla formazione che costituisce una rete su tutte le amministrazioni centrali dello Stato, che noi trattiamo direttamente; e quest’anno ci siamo avvicinati in maniera diversa alle Università. In più c’è la rete col tavolo delle Regioni e altre risorse di questo genere: quindi potremmo effettivamente studiare l’e-learning in una maniera più approfondita. Quest’anno disponiamo già dei dati relativi al numero dei partecipanti a corsi e-learning e al numero delle ore; e questo è già un bel dato – difatti l’ANEE veniva da noi a confrontare certi dati. Siccome abbiamo una legge che ci prescrive di fare il rapporto sulla formazione, nulla vieta – anziché patrocinare come facevamo con l’ ANEE – che, con la partecipazione di tutti, si possa avviare uno strumento per reperire i dati e convincere i soggetti a fornirli; una tipologia di indagine che ha dalla sua parte il sostegno e la spinta di una legge. A me interessa perché sono un paladino della formazione tramite computer fin dai primi passi: chi mi conosce lo sa, ho cominciato con il Gruppo Olivetti nel 1980.

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Valerio Eletti – Label Cattid Università degli Studi di Roma “la Sapienza”

Volevo solo aggiungere una cosa: c’è un convitato di pietra in questa riunione, che non è stato mai nominato: sono le 11 telematiche. Si è parlato di qualità: io credo che a 5 anni dal loro avvio sia anche il momento di approfittare dell’osservatorio per andare a guardare cosa accade lì dentro.

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Alberto Colorni

Sentendo i vari interventi, direi che ci sono 5 livelli diversi su cui ragionare.

Il primo è il livello culturale: si tratta di capire quali sono le figure dell’e-learning, ma anche come migliorarne la visibilità. Potrebbe essere l’oggetto di una scuola estiva o di altre iniziative di questo tipo.

Il secondo è un livello conoscitivo/comunicativo: dovremmo capire cosa si fa in giro, ma anche avere delle idee comunicabili; dobbiamo esprimerci con idee chiare sui punti caldi.

Il terzo livello è interno all’università: è stata spesso citata la questione degli incentivi ai docenti, ma credo che il problema si risolva soltanto facendo capire al sistema che ci sono dei vantaggi. Finché si fa e-learning a titolo personale non si vince, la razionalità individuale spesso non coincide con la razionalità collettiva.

C’è poi un quarto livello, la cooperazione tra le università: questo mi sembra più problematico perché ci sono questioni legate alla competizione tra le sedi. Bisognerebbe implementare meccanismi basati sulla fiducia per arrivare a coordinarsi a livello nazionale.

Infine c’è un quinto livello ed è il discorso citato più volte (sotto varie forme, di tipo economico-finanziario e di indagine sulla domanda): quanto costa l’e-learning e quali ne sono i benefici.

Sono spunti di riflessione da riproporre al Direttivo.

Ho una comunicazione che viene da Taronna, che è un altro dei rappresentanti del tavolo; ci sono in questo momento 6 persone del tavolo interistituzionale, che riunisce ministeri e istituzioni. La proposta che ricordava Taronna è che il tavolo interistituzionale ha già attivato un gruppo di lavoro sulle professioni nell’e-learning. Chi volesse contribuire o anche solo essere informato può rivolgersi a lui.

Detto questo, ho preso nota di alcune cose, perché non credo che oggi si debba dare risposta a tutto ma che si debbano fissare più che altro delle suggestioni. E come si fa nelle riunioni di condominio, per vedere se uno ha capito o non ha capito, mi sembra che ci siano 5 livelli diversi su cui ragionare. Il primo livello è culturale: capire quali sono le figure dell’e-learning, ma anche capire come sostanziare, come migliorare la visibilità; questo potrebbe essere oggetto di una scuola estiva o di iniziative di altro tipo. C’è poi un livello conoscitivo – comunicativo: vuol dire che dovremmo capire cosa si fa in giro ma anche avere delle idee comunicabili; dovremmo esprimerci su punti caldi con delle idee. Il terzo livello è interno all’Università: è stata citata spesso la questione degli incentivi ai docenti; credo però che il problema si risolva soltanto facendo capire al sistema che ci sono dei vantaggi. Finché lo si fa a livello individuale, non si vince: la razionalità individuale, com’è noto, spesso non coincide con la razionalità collettiva. Poi c’è un livello cooperativo tra le Università, che mi sembra un po’ più problematico, perché qui davvero ci sono delle questioni legate alla competizione; bisognerebbe in qualche modo trovare dei meccanismi di fiducia per arrivare a un livello nazionale. Infine c’è un discorso che è stato citato più volte sotto varie forme, di tipo economico – finanziario e di indagine sulla domanda: quanto costa, quali sono i benefici, chi cerca che cosa. Ho appuntato questi spunti di riflessione con l’intenzione di riproporli al direttivo.

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Aurelio Simone

La miglior conclusione è dirvi grazie perché tutti quanti avete portato un contributo. La presenza di una serie di sedi universitarie personalmente mi conforta, anche perché abbiamo lanciato l’incontro come riunione di delegati e-learning e life long learning in sede istituzionale, dopo che da alcuni anni non accadeva un incontro di questo tipo. Quindi ringrazio tutti voi e ringrazierò anche le Università che avevano risposto ma che non hanno potuto partecipare, per la sensibilità e l’attenzione che hanno voluto dedicare alla SIe-L.

Secondo punto: sicuramente noi proporremo che in sede di VI Congresso nazionale SIe-L a Salerno ci sia un momento che chiameremo parimenti “Incontro delegati e-learning e life long learning”.

Per venire ad oggi, Colorni cita 5 livelli; io invece ho aggregato le proposte intorno a quattro tipologie: alcune proposte vanno proprio in direzione del fatto che la SIe-L svolga un’attività di supplenza se non rispetto alla politica istituzionale, rispetto alla politica militante. Su queste proposte bisognerà muoversi con tanta e opportuna cautela, perché ineriscono per certi aspetti alla normativa nazionale che, sì, ci consente di fare molto o quasi tutto, come ho sentito. Però, per esempio, su alcuni settori si pongono dei problemi allo sviluppo dell’e-learning: venivano ricordati ad esempio i corsi di laurea. A questa tipologia di proposte che chiamerei di supplenza, segue una tipologia di proposte che proiettano la SIe-L in una dimensione operativa assieme ad altri soggetti; come l’ultima proposta di De Cristofaro, che ringrazio ancora. Poi c’è un’altra tipologia: condivido la proposta di Valentina: possiamo darci alcuni strumenti interni. Infine, ci sono tutte le altre proposte e tutte quante meritano di essere prese in considerazione e messe in posizione di priorità: i costi dell’e-learning, la qualità, la valutazione, il riuso.

La mia proposta è molto semplice: spero di poter inviare al più presto un canovaccio degli interventi ascoltati con evidenziate le proposte messe più o meno in ordine, distinte per livelli e per tipologie affinché rapidamente la SIe-L possa dare notizia di questo incontro e di coloro che vi hanno preso parte, che  hanno condiviso – e se voi presenti me lo permettete, citerò le Università di provenienza – questo incontro.

Voglio essere chiaro su un punto: la mail sarà inviata ad associati e non associati. I presenti sanno che io spesso nel tempo aggrego progressivamente al Consiglio Direttivo della SIe-L  ulteriori nomi perché ritengo che il miglior esempio di apertura della struttura dell’associazione sia quella di coinvolgere in progress le diverse realtà. Nella fase di riflessione e di definizione di un documento di questo tipo mi pare importante che si proceda in questo modo.

Credo che la SIe-L debba andare anche sul terreno internazionale. Oggi non ho dato nessuna notizia al riguardo ma, insieme a Mirella Casini Schaerf, che segue questo settore all’interno del Consiglio Direttivo, stiamo scegliendo di essere presenti in alcune associazioni internazionali; abbiamo chiesto di entrare in un’associazione di imprese europea; e, anche per quanto riguarda la rivista Je-LKS, la SIe-L vuole affermarsi come editore e metterla in rete, sia in lingua italiana sia in lingua inglese, e far girare l’edizione inglese anche su siti non SIe-L. Non mi soffermo sull’insieme delle altre proposte, ma è evidente che se per caso riuscissimo a fare il manuale di cui parlava Biader, l’interoperabilità richiesta da Carlo Giovannella sarebbe indispensabile. Con l’aiuto di tutti continuiamo quest’opera di crescita della SIe-L,  non come volontari ma come soggetti che si sentono – e parlo per l’Università – non soltanto strutturati ma anche capaci di portare contributi nel governo delle Università, perché non siamo e non vogliamo essere “riserva indiana”.


M. Sandrini, E-learning e controllo nella società della conoscenza in M. Colombo ( a c. di ), E-learning e cambiamenti sociali, Liguori editore, Napoli 2009.

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